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Giovani del 2000



Informazione per i giovani del III millennio numero 51 Dicembre 2013

Direttore: Cav. Virgilio Moreno Rafanelli

Vice Direttore: Maurizio Martini

Redattori: Massimiliano Matteoni e Luigi Palmieri

Collaboratori di redazione: Giuseppe Lurgio e Natale Todaro

Redazione: Via Francesco Ferrucci 15 51100 - Pistoia
Tel. 057322016
E-Mail: redazione@gio2000.it
Sito internet: www.gio2000.it

Tipologia: periodico trimestrale

Pubblicazione registrata presso il Tribunale di Firenze al n. 4971 del 26.06.2000

Gli articoli contenuti nel periodico non rappresentano il pensiero ufficiale della redazione, ma esclusivamente quello del singolo articolista.


Rubriche

In questo numero:

Editoriale
La soluzione definitiva di Mario Lorenzini
Cucina
La mia cucina di Sonia Larzeni
Filosofia religione e dintorni
Dal buio alla luce di Cecilia Mangili
Hobby e tempo libero
Orchidee di Maria Grazia Sales
Alle porte del Sahara di Gianfranco Pepe
Un idea natalizia di Sonia Larzeni
NormalitÓ e handicap
Diciamo la veritÓ di Antonino Cucinotta
Patologia
Diabete di Rossana Badaschi
Racconti e poesie
Natale in Afganistan di Antonella Iacoponi
L'attesa di Augusta Tomassini
Mael di Patrizia Carlotti
Palla al centro di Costantino Budetta
Riflessioni e critiche
Inno ai nonni di Michele Di Monaco
Rapporto tra uomo e animale di Rosario Cosimo
satira
Per sorridere un p˛ di Giuseppe Lurgio

Editoriale

"La soluzione definitiva"

di Mario Lorenzini

Sono ancora qua a parlare dei problemi che affliggono il nostro paese. E, devo dire, mi trovo veramente in ambasce; questo perché, mi spiace dirlo, tutto è già stato detto. Dettagliato e aggiornatocon cadenza giornaliera, e non solo per questo motivo, anche perché una persona pratica e razionale come me non può concepire che, una volta posto di fronte a un fatto negativo, che si ripete e si perpetra sempre più spesso e in forma più grave ai danni di qualcuno o qualcosa, e ben sapendo quali siano le cause che portano a quel fatto, non si faccia niente. Oppure si speri, inutilmente, che le cose cambino, migliorino, da sole.
Quindi, per scuotere, almeno un po' la gente da questo torpore, questa pigrizia, questa rassegnazione e accettazione del peggio, francamente non riesco a trovare formule magiche, le parole giuste.
Sapete che vi dico? Non siamo in una fiaba, forse il lieto fine non ci sarà.
Il mio pensiero si volge a tutti i cittadini di questo paese (ma si può ancora chiamarlo così?) che stanno lì, a litigare e incavolarsi sulle tasse che il nostro governo ci offre, come rimedio alla drammatica e pietosa situazione economica che io non mi sarei mai aspettato di vivere. Magari leggono un giornale oltre che vedere il tg in tv, e poi passano il tempo al bar o su una piazza o un marciapiede a infervorarsi, ma poi, passata la buriana, sfogato il tutto con una chiaccherata, si va in banca con l'f24 a pagare l'IMU, o alla posta con un altro bollettino, altre imposte, altro tempo sprecato, altro stress, il tutto totalmente insufficiente a evitare il naufragio non della Costa Concordia, ma della bagnarola Italia.
L'impressione generale pare sia quella che il popolo non abbia più reazioni, fiaccato dai molteplici oneri cui è chiamato a rispondere quotidianamente. Sappiamo dei rimborsi (parlo di migliaia di euro) che i fautori della politica truffaldina (potremmo escludere ben pochi)  percepiscono, per pagarsi la palestra, il cellulare, l'amante e un sacco di altre quisquilie e pinzellacchere, "striscia la notizia" ci bombarda ironicamente mostrandoci i più tronfi di questi emeriti venditori di fumo, loro candidamente e sorridendo ammettono tutto ma, e qui viene il bello, continuano a rubare, imbrogliare, frodare, e chi più ne ha più ne metta. E' incredibile! La libertà di parola è sullo stesso piano della sua totale assenza di valenza. E i nostrigrandi sanno benissimo che tanto si dice, nulla si fa. E continuano a depredare la nostra Italia che fu, a dilapidare il denaro di questo stato che ha ben poco da offrire ancora, se non si corre ai ripari e si ricrea da zero quanto è stato distrutto.
Non voglio fare il pessimista, solo guardare alla realtà: che futuro abbiamo? Non i nostri nonni o genitori, ma noi e i nostri figli e quelli a venire dopo di loro! Un territorio dominato da Alì Babà e gli oltre 4000 ladroni (il mio conto e puramente simbolico, arrotondato per difetto, i parlamentari sono un migliaio circa, più gli assessori regionali e sotto  gerarchicamente e i loro scagnozzi, nonché imprenditori dal nome noto a livello nazionale e oltre), un ambiente e un clima sciupato dalla maldestra distribuzione di opere urbane e industrie inquinanti, il tutto giustificato? In nome di un lavoro che va sparendo passando per condizioni salariali sempre maggiormente infelici e un profitto che è diretto quasi esclusivamente nelle tasche del presidente di quell'azienda.
E, pensate, c'è persino chi è convinto che il marcio non sia lì, ma vada ricercato nell'evasione fiscale dei piccoli negozianti, o nei falsi invalidi che in realtà, sono ahimé, quasi tutti veri. In questo l'opera imponente propagandistica degli organi di informazione deviati, pilotati per sviare i veri colpevoli degli ammanchi, funziona molto bene. Ci fanno il lavaggio del cervello tutti i giorni, e noi ci sentiamo intelligenti solo perché abbiamo tra le mani l'ultimo Iphone.
Ma come ho detto inapertura, una soluzione definitiva è praticabile. E' la stessa che si può adoperare in campo medico. Se alcune persone sono afflitte da una lieve patologia, curabile, beh, si usano i farmaci adatti e quelle poche persone guariscono. Ma quando le dimensioni dell'infezione sono pandemiche, è impossibile attuare qualunque terapia: urge la distruzione, l'annientamento totale degli elementi infetti.
Avrete compreso o meglio appreso che non ci sono in giro uno o due personaggi politici corrotti soltanto, quindi...
Ovviamente Non possiamo usare strumenti di distruzione di massa, sarebbe incivile, inumano, ci metteremmo insomma, sul loro piano in quanto a mancanza di sensibilità.
Ma il privilegio del voto, per quanto anch'esso non so quanto sia reale, è la nostra arma, magari sottoforma di un certo numero di referendum che, si badi bene, ci si accerti che vengano accettati, dopo esser stati promossi con il relativo numero di firme.
Tanto per cominciare, si potrebbe proporre un periodo di tempo molto breve, tipo tre anni, trascorsi i quali i signori delle poltrone lasciano il posto (per sempre) a qualcun'altro;  poi proseguirei limitando  a un tetto, non troppo elevato e tutto compreso, il loro compenso (anche se fossero 5.000 euro direi che ci si potrebbe stare); e il numero di questi soggetti? ridotto di molto, facciamo una bella cura snellente, abbassiamo la soglia dei deputati e senatori a non più di 300 unità complessive; andiamo avanti con queste misure anche diramandoci nelle istituzioni periferiche che non sono da meno in quanto a sprechi e onori non meritati. Fare politica deve essere una vera responsabilità, si deve sentire il peso necessario a far sì che il fardello della guida del nostro governo passi di mano in mano ad altri, così facendo il continuo ricambio impedirebbe l'uso del potere ai fini di lucro personale.
E se volessi allungare la lista, la fantasia (molto tangibile) si snoderebbe attraverso elezioni più dirette di membri importanti del parlamento, passando per lo stop della carriera a fine mandato: fare il politico non deve essere confuso con un mestiere o un lavoro,  ma solo un caro periodo della vita che la persona interessata ricorderà, perdendo stipendio, carica e poteri alla fine del proprio mandato.
Ora vedete un po' voi come arricchire questo elenco, se lo facessi io, qualcuno mi additerebbe di stilare una lista di obiettivi politici e io, il politico, quello attuale, non lo voglio proprio fare.
Buone feste e buon proseguimento di lettura

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Cucina

"La cucina di Sonia"

di Sonia Larzeni

Menù di natale.

Cari amici, eccoci oramai arrivati a Natale!
Ho preparato per voi un menù facile e di sicuro effetto, Iniziamo con l'antipasto che chiameremo attesa.
Ingredienti:
Gallette di riso, di mais, e di farro.

Pesto di rucola,

Ricotta,

Tonno,

Acciughe sott'olio.

Preparazione:

Per ogni commensale preparate un piattino con 3 gallette. Riso, farro e mais.
Sulla prima galletta, stendete un velo di ricotta, e aggiungete 3 acciughe sott'olio. La seconda la potete farcire
così: la base di tonno, e sopra, un velo di ricotta.
La terza, potete farcirla mischiando la salsa di rucola a un po di ricotta.

Se vi piacciono le spezie, potete insaporire con zenzero e curcuma!

Primo piatto.

Le dita di Gesù bambino:
i Capunsei, è una ricetta della mia nonna.
Questa ricetta e un piatto di festa tipico dell'alto Mantovano che sembra un piatto apparentemente povero, ma vi
assicuro è molto gustoso.
Ingredienti:

Un chilo di pane grattuggiato,

100 grammi di burro,

3 uova intere,

50 grammi di grana padana grattuggiato,

brodo di carne,

uno o due spicchi d'aglio,

noce moscata,

sale.

Preparazione:
Stendere il pane su una spianatoia, e creare una piccola montagna. Aggiungere un po di sale e noce moscata.

Sciogliere il burro facendo attenzione a non farlo bruciare,( Io lo sciolgo nel micro onde )

Versare il burro sul pane, con le mani lavorate l'impasto per far assorbire tutto il burro.
Vuotare il brodo ben caldo e continuare ad impastare. Aggiungere l'aglio, mescolare il tutto fino a ottenere un
impasto ben compatto.
Se vedete che l'impasto è poco compatto, aggiungete altro pane e un altro pizzico di noce moscata.
Aspettare che l'impasto si raffreddi.
Aggiungere le uova e il formaggio grattuggiato continuando ad impastare, e quindi ripore l'impasto in frigo per
almeno 2 ore.

Sull'asse di legno tagliare l'impasto a pezzetti, e modellarli in modo da ottenere cilindri, lunghi e compatti.

Tagliare i cilindri a metà, prendere i pezzetti tra le mani e lavorarli con i palmi delle mani, formando delle dita
di bimbo.
Portare l'acqua ad ebollizione, e versatevi i capunsei.
Quando vengono a galla sono pronti!
Conditeli con salvia e burro fuso.
Si possono condire anche con un sugo di selvaggina,io li ho conditi anche con zenzero, curcuma e burro fuso.
Prendono un gusto orientale Lontano dalla ricetta originale, ma comunque molto buoni.

Secondo. I pastori:
Spiedini di involtini di pollo speziati.
Ingredienti per 4 persone:
16 fettine sottili di pollo,
16 fette di prosciutto crudo tagliato grosso,
16 fette di formaggio galbanino.
Cannella, curcuma, zenzero, pepe.
Olio.
Stuzzicadenti da spiedini.
Preparazione:
Stendete le fettine di carne su un asse, mettete sopra ogni fettina il prosciutto, il formaggio, e arrotolate
l'involtino.
Quando avrete finito tutti gli involtini potrete
Infilzarli sugli stuzzicadenti 4 per persona.

Prima di metterli in forno a 180 gradi per 20 25 minuti,
preparate in una ciotola questo condimento:
olio, curcuma zenzero, cannella, pepe.
Mescolate bene, e versate il tutto sopra gli spiedini che avrete deposto in una grande casseruola a bordi alti da
forno.

Potete anche fare degli spiedini singoli se non volete fare un effetto coreografico, in questo caso li potete fare
in padella, con lo stesso condimento, il gusto è lo stesso,l'importante e far rosolare bene da tutti i lati.io ho
fatto fare una crosticina leggera.
La crosticina si forma perché il galbanino si scioglie, e fuoriesce un pochino fuori dagli involtinidando ulteriore
sapore al piatto.
Attenzione però perché brucia molto facilmente.

Con questo piatto consiglio di fare anche delle patate lessate con la buccia.
Lessate le patate in acqua bollente senza sbucciarle. Saranno piu saporite. Sarà il commensale a sbucciarle se
desidera, anche se si possono tranquillamente mangiare con la buccia.

La stella cometa:
Frittata ripiena:

Per questo piatto, dovreste procurarvi una o piu teglie da forno a forma di stella. Ma comunque, vanno bene anche
teglie da forno tradizionali, il risultato del gusto non cambia!
Ingredienti per 4 persone:
8 uova,
4 cucchiai di parmigiano grattuggiato e 4 di pan grattato.
8 fette di prosciutto patanegra, tagliato grosso.
Olio Di tartufo,
, sale pepe.
Preparazione:
Userete una teglia che contiene 4 uova, o 4 stelle da forno monoporzione.

Fate una normale frittata e mettetela in questa teglia o stella.
Infornandola a 180 gradi per 15 minuti.

Se avete il forno capiente potete fare anche l'altra teglia o le altre stelle, con la stessa procedura.

Quando tutte le frittate sono cotte, sulla teglia da forno ponete della carta da forno, versate la prima teglia di
frittata, o la prima monoporzione formato stella sulla carta, farcite con patanegra, e richiudete con l'altra teglia
o stella.
Fate combaciare bene i lati delle due frittate. O delle stelle.
Infornate ancora per 5 minuti, e prima di servire, aggiungete un po di olio di tartufo, per dare quel gusto in piu.

Dolce. Magica notte.

Torta di ricotta fondente.
Ingredienti per una torta grande:

6 etti di ricotta,
6 etti di farina,
6 uova,
400 grammi di zucchero,
lievito vanigliato,
2 tavolette di cioccolato fondente.
Potete aumentare la dose o diminuire la quantità a vostro gusto.

Preparazione:

Montare le uova con lo zucchero, la ricotta, il cioccolato fondente a pezzettini e la farina.
Mescolate bene, quindi aggiungete il lievito, continuando a mescolare.
Infornate per 40 minuti a 180 gradi senza mai aprire il forno.

Variante: se non volete mettere nella torta il cioccolato a pezzettini, potete versare sulla torta gia cotta il
cioccolato fondente, che avrete precedentemente sciolto a bagnomaria e poi mettere in frigo per almeno 2 ore.

Vini consigliati:
Per l'antipasto e il primo, un bianco barricato.

Per i secondi: un rosè fruttato.
Per il dolce, un bracchetto da dessert
Buon Natale a tutti!

 

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Filosofia religione e dintorni

"Dal buio alla luce"

di Cecilia Mangili

Carissimi lettori e llettrici,
sono qui ascrivere di me e della mia infermità desiderosa di condividere con con voi il mio lento, ma "speciale" cammino dal "buio" alla "luce" che mi fa dire: "La gioia è possibile!".

Inizio a raccontare qualche pezzetto del mio percorso e comincio presentandomi...
Mi chiamo Cecilia e abito a Valbrembo in una bella zona vicino ai colli che continuano verso Città Alta. Questa è una fortuna perché dalla mia finestra, che ho sempre davanti tanti mesi all'anno, posso godere un paesaggio che rallegra l'anima.
Vivo tanti mesi sempre nella mia stanza perché ho un'amiotrofia spinale che mi ha impedito di camminare, ridotto progressivamente anche l'uso delle mani e ogni tanto mi porta alcune complicazioni respiratorie; esco solo durante l'estate, con la bella stagione.

Ho perso i miei due fratellini molti anni fà con la mia stessa malattia,si chiamavano LIVIO e GIACOMO.
Poi e stata la volta della mia mamma colpita da un cancro.
Ora vivo con mio padre Egidio.

Ma tornando a ritroso nel tempo... un bel daffare visto che ho cinquantacinque anni,ma, tra i ricordi dell'infanzia spicca il pellegrinaggio a Lourdes compiuto all'età di sei anni, con mia mamma. Sono minimi i miei ricordi di quel viaggio in treno e sicuramente mescolati alle emozioni trasmessemi da lei.
Certo per mia madre era stata un'esperienza significativa e come tale me l'aveva riportata nei suoi racconti, quando mi parlava di essere partita con l'intenzione di chiedere la mia guarigione fisica mentre, arrivata là, aveva invece chiesto che io fossi serena anche così.

Beh, onestamente serena lo sono... e comunque lo sono diventata sempre più nel tempo. Forse è poco esprimibile quello che sento, ma è un po' come se i confini delle mie limitazioni dentro e fuori andassero man mano dilatandosi, così pian piano la mia fiducia si è andata, e ancora va, irrobustendosi. Mentirei se dicessi il contrario. Sono contenta di "sentirmi viva", sono contenta, soprattutto, perché non ho la sensazione che la vita mi scivoli addosso.
Sì, amo la vita e questo, mia mamma, aveva sentito di chiedere come dono per me, andando a Lourdes quando ancora ero piccola.

Credo che certe intuizioni possano venire solo dall'amore di una madre. Nella mia realtà quotidiana anche le cose piccole non sono scontate o automaticamente facili, ma da inventare, da costruire e forse per questo anche ciò che è semplice mi da' l'emozione in-
tensa di una salita sugli 8000.

Quando mi metto in gioco, e mi è capitato di
provarlo più volte, sperimento che la vita ha
la forza per sostenermi.
Tornando ai ricordi
lontani c'è quello di una Santa Lucia... di cui
sono riuscita a ricostruire la data precisa.

Sto parlando del 13 dicembre 1964: son certa che quell'anno era di domenica perché ci avevano portate alla Messa e ciò accadeva solo di domenica.

Dalle foto d'allora, e per come mi ricordo, ero una bambina dagli occhi tristi che osservava una realtà che non riusciva a capire...
a quell'epoca ero in un Istituto a Malcesine, sul lago di Garda, dove sono rimasta ininterrottamente circa un anno e mezzo. Il risveglio in quella domenica mattina era stato così deludente che ancora ricordo l'amarezza provata nel non aver trovato nessun dono... per me, bambina bergamasca, l'appuntamento con Santa Lucia era importante. L'avevo atteso più che mai, perché non era venuta?

Lontana da casa già mi sentivo sola e... dimenticata anche da lei e, anche se tornata dalla Messa, avevo visto una bambola vestita di lilla sul mio letto con dei dolci che la mamma, non potendo venire, presumo avesse consegnati precedentemente al personale dell'Istituto. Quei doni non riuscirono a darmi nessuna gioia: la mia delusione rimase inalterata. Più tardi compresi che tanto dolore non era causato dall'assenza di regali, ma dalla dimenticanza che, inconsapevolmente, mi aveva dato la sensazione di sentirmi dimenticata anche... dai santi.

Era bisogno di sentirmi considerata, vista, amata: il maggior bisogno, il più essenziale per ognuno. Fortunatamente in altri anni è andata meglio: Santa Lucia e anche la vita e "doni" autenticamente efficaci hanno apportato il sorriso ai miei occhi e fatto bene anche al cuore.

Grazie! Signore, con questa semplice parola desidero iniziare a scrivere, a manifestarti la gratitudine che avverto per quanto hai compiuto nei 50 anni della mia vita. Gratitudine e gioia traboccanti che ho assaporato intensamente in occasione delle mie "nozze d'oro con la vita", festa che ho vissuta come un "tempo dì grazia" condivisa con papà e tanti amici.
Ripassando nella memoria gli anni dell'adolescenza rivedo le tinte cupe che avevo dentro me e riconosco quali miracoli hai operato, nel silenzio, dentro il mio cuore.

Fin dall'inizio mi hai dato fiducia, hai creduto nella mia vita così com'era, l'hai guardata con gli occhi di chi ama, colmandola di attenzioni, ma questo io l'ho visto solo più tardi. Allora, ti sentivo distante; sentivo in me una solitudine angosciosa e amara... ero bloccata dal timore che questa mia realtà mi escludesse dalla possibilità di dare e ricevere amore.
Avevo dentro un senso di rabbia, dì sfida verso Te, Signore, che ritenevo responsabile della mia dolorosa realtà, non trovavo niente dì bello nella mia vita.
Eppure, inconsciamente, non ero disposta ad arrendermi.
Spesso avevo scatti di rabbia ingiustificati. D'altro canto mi proponevo di non appesantire troppo i miei che vedevo già provati dalle difficoltà di salute mie, di Giacomo e della mamma.
Ogni tanto emergevano reazioni di fatica, di scontentezza; il mio timore era quello di essere esclusa dalla realtà delle mie coetanee, di non poter vivere, come loro, quello che sognano le ragazzine a sedici anni.
In ospedale, un medico che si dilettava a disegnare, mi disse che avevo un bel viso e fece uno schizzo veloce ritraendo i miei lineamenti di ragazzina con i codini e lo sguardo serio su un foglio trovato lì per lì, con l'intestazione del reparto. Questa sua attenzione fu un piccolo aiuto a beneficio della mia auto-considerazione.
Ma l'incontro che mi segnò profondamente, in occasione di quel ricovero in rianimazione, fu con una ragazza, pochi anni più grande di me, molto bella, sposata, un figlio piccolo, un buon impiego: aveva tentato di togliersi la vita.

Era la prima volta che incontravo questa realtà...; mi chiedevo cosa la spingesse a ciò, considerato che aveva quanto io sognavo.
Compresi allora che, per quanto desiderabili, non bastavano salute, bellezza, amore, lavoro... A lungo mi chiesi, quindi, cosa mancasse a quella ragazza. Questo incontro fu per me fondamentale, scatenando un vortice di riflessioni sul senso della vita per me, sulla fede.

Un susseguirsi di eventi dolorosi, in particolare la malattia e la morte della mamma, mi spinsero a reagire; in quel momento non avevo alternativa: o decidermi a vivere o lasciarmi spegnere. Disperatamente raccolsi la sfida cominciando a mettermi in gioco, sforzandomi di dare una mano alla fatica di papà.

Fu l'inizio di un processo inarrestabile che dette ossigeno alla mia esistenza.
Uno spiraglio i luce iniziò a diradare le nebbie dell'isolamento che avvertivo dentro di me e si allentò quella sensazione di costrizione in cui mi sentivo imprigionata. Si aprì un varco sempre più ampio grazie a ciò che ricevevo dalle persone che intrecciavano la loro vita con la mia. Cominciavo a sentirmi amata e in me avveniva una trasformazione nel modo di rapportarmi a Te, agli altri, a me stessa. Ora trovavo nella mia vita spazi possibili, nuovi sbocchi, dove prima non vedevo niente. Nascevano cose nuove, come l'opportunità di riprendere lo studio. Si allargavano contatti e amicizie. Avevo trovato la gioia di vivere la mia realtà per quella che era.

Finalmente il Tuo volto Signore, mi appariva paterno e l'esperienza della Provvidenza e dell'amicizia davano ì loro frutti.
E la mia storia continua e quello che sto vivendo è per me un tempo di grazia. Sto cercando di assaporarlo in pienezza.
Ora la mia vita, fondamentalmente, è relazione con Te e con quanti mi circondano...

Grazie per i tanti volti che concretamente rendono presente il Tuo amore nella mia realtà di ogni giorno, i volti in cui si incarna, si fa tangibile il Tuo amore che continua ad aprire strade imprevedibili, mi coinvolge e mi fa apprezzare quest'opera inedita che si va costruendo nella mia vita.

E allora non c'è disabilità che tenga, c'è una chiamata ad essere viva e presente, a considerare coloro che abbiamo accanto. E scoprivo come questo poteva tradursi concretamente anche nella mia vita. Ora, anche se io sto qui in una stanza per dei mesi interi, sento che il mio spazio è diventato vasto, ricco di relazioni, di affetto, che per me è ossigeno.

Raccontare quanto si è intessuto in esperienze di vera amicizia, di generosa, disinteressata collaborazione, di benefici ricevuti nello scorrere degli anni, su su fino ad oggi, non so quante pagine riempirebbe e riuscirei a dire soltanto qualche cenno di quanto è avvenuto nella nostra realtà, grazie a chi ci ha aiutato in mille modi, sostenendoci concretamente, materialmente, affettivamente. Persone che ci hanno aiutati a vedere la mano di Dio, la Provvidenza all'opera. Provvidenza, amicizia e fiducia hanno dato i loro frutti...

La fede: da sempre l'avevo respirata in famiglia. Da adolescente era scattato il rifiuto di un'immagine consolatoria della fede che assolutamente non tolleravo. No, non accettavo che fosse un abbarbicarsi a Dio, ad un modo di vivere quietante e passivo in cui rifugiarsi, come fuga dalla concretezza della vita.
Questo modo di vedere la fede non mi corrispondeva e accettandolo penso che avrei fatto torto al Signore, perché lui ci chiama alla relazione.

Negli anni, mi sono accorta che uno scatto era avvenuto quasi inconsapevolmente, ma concretamente, quando ho cominciato a raccogliere la mia vita così com'era. Ho trovato nella mia quotidianità quegli elementi che mi permettevano di affrontarla, a partire dalla mia situazione, cercando di favorirne gli aspetti più positivi, più creativi. Cose semplici che però mi permettevano di comprendere che nella Chiesa nessuno è disoccupato.

Ognuno può avere un suo spazio, una sua collocazione, una sua presenza attiva. E pensare che un mio antico timore era che la mia vita fosse una sorta di limbo, temevo una sorta di isolamento, di solitudine affettiva e mi sono accorta che la vita sorprende. E mi rendevo conto di questa chiamata a servire, ad essere disponibili, cercare di esserci per agli altri, costruire rapporti veri, significativi era una conseguenza che veniva quasi da sé.

Bene,con questa mia testimonianza naturalmente non pretendo di insegnare nulla a nessuno ma spero serva a far capire i miracoli che il Signore opera in noi e che non ci abbandona mai specie nella sofferenza.
Mi congedo da voi con la la seguente preghiera:
I DONI DI DIO
Gli ho chiesto la forza
e Dio mi ha dato difficoltà
per rendermi forte.
Gli ho chiesto la saggezza
e Dio mi ha dato problemi da risolvere.
Gli ho chiesto la prosperità
e Dio mi ha dato muscoli
e cervello per lavorare.
Gli ho chiesto il coraggio
e Dio mi ha dato pericoli da superare.
Gli ho chiesto l'Amore
e Dio mi ha affidato
persone bisognose da aiutare.
Gli ho chiesto favori
e Dio mi ha dato opportunità.
Non ho ricevuto nulla
di ciò che volevo,
ma tutto quello di cui avevo bisogno.
La mia preghiera è stata ascoltata.Ho camminato  e dal  buio   sono arrivata alla luce!
,,,

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Hobby e tempo libero

"Orchidee"

di Maria Grazia Sales

                   I colori, le forme delle corolle, l'eleganza del portamento sono inimitabili. Non sono molto diffuse come piante ornamentali, se non come oggetto da collezione per veri e propri appassionati. Oppure, volendo
              Ne esistono oltre centomila specie, ma si ottengono sempre nuovi ibridi che si aggiungono a quelli già conosciuti. La loro prolungata fioritura rallegra la casa anche nei mesi invernali e quindi perchè non pensare a coltivare un'orchidea?
              Le più comuni sono il "Cymbidium", i cui steli floreali possono raggiungere il metro d'altezza, e la "Cattleya" di cui si hanno numerose varietà che fioriscono in diversi periodi dell'anno, permettendoci così di avere orchidee in fiore in ogni stagione.
              Molto apprezzato è pure il "Phalaenopsis" dalle lunghe radici aeree che spesso si attorcigliano attorno al vaso; le corolle sono grasse e appiattite, raccolte in pannocchie spesso pendule che conservano intatta la loro freschezza fino a tre mesi.
              Per avere sempre esemplari rigogliosi ed essere certi di rivedere la pianta fiorire l'anno successivo, è opportuno curare con attenzione l'ambiente in cui viene collocato il vaso.

              L'orchidea infatti ama la luce, necessaria perchè si aprano i boccioli, ma non quella diretta del sole. Il locale deve essere luminoso in inverno almeno 10 ore di sole al giorno, ma il vaso non va mai posto vicino alla finestra.
              Se le foglie diventano gialle o si macchiano di marrone, sicuramente la pianta è stata "bruciata" dal sole. Se invece produce pochi fiori o non si aprono, la causa è un'insufficiente esposizione. La stanza deve essere fresca, mai surriscaldata e protetta da improvvise correnti d'aria.
              E' bene garantire un giusto grado d'umidità, annaffiando con regolarità, senza eccedere, e adagiando il vaso su un piatto pieno di ghiaia o pezzetti di coccio che manterremo bagnati. Il vaso però non va mai immerso nell'acqua per non far marcire le radici.
              Terminata la fioritura, le annaffiature vanno diradate e quindi sospese per permettere alla pianta di andare a riposo per qualche settimana riprenderanno alla prima comparsa dei germogli. Non bagnare comunque finchè il terreno non appare secco e asciutto.
              E' preferibile acqua piovana o decalcificata, i vasi devono favorire il deflusso dell'acqua. E' bene perciò che anche il composto sia ben drenato.
               Fertilizzare ogni quindici giorni con prodotti ricchi di azoto e specifici per orchidee. Foglie e fusti rovinati e fiori appassiti vanno tolti perchè rischiano di danneggiare le parti sane.

              Ogni varietà richiede un terreno particolare   Il Phalaenopsis vuole un substrato con cortecce di pino, torba e pezzetti di radice di osmunda o di sfagno.
      Il "Cymbidium" necessita di terricci costituiti da corteccia di pino, torba, muschio, frammenti di polistirolo espanso e due o tre schegge di carbonella.
      Infine la "Cattleya" deve avere una parte di sfagno e tre parti di radici di osmunda tritate insieme.
      In estate trasferire le orchidee all'esterno in una zona ombreggiata.
                                  
 Vaniglia.

                   La Vanilla planifolia è in realtà una varietà di orchidea, tipica dell'America e dell'Africa tropicali. Fecondando i fiori bianco-giallicci per mano del coltivatore, la pianta produce i caratteristici frutti a forma di baccello, lunghi circa quindici  venti centimetri e contenenti tantissimi semi.
              Prima che il frutto giunga a maturazione e diventi nero dopo quasi un anno, viene colto e fatto essiccare: nel baccello si forma così la fragrante vaniglina che si cristallizza poi all'esterno come un sottile velo bianco.
              La Vanilla può essere coltivata in serra, ricreando l'habitat naturale caldo-umido. Vuoleterricci torbosi, fertili e freschi e va posta accanto ad altre piante in modo che possa attaccarsi con le radici ai loro rami. Le annaffiature saranno regolari e mai eccessive

Salep

Il salep mutuato dall'arabo khusyatus salab, genitali di volpe è una farina anticamente considerata un ricostituente o un medicinale, ed utilizzata ancora oggi in Turchia per la produzione di bevande e gelati da passeggio.
Il salep si ricava da tuberi essiccati di diverse orchidee appartenenti alla sottofamiglia delle Orchidoideae. Queste orchidee hanno due tuberi nel periodo di fioritura, imo appassito, ai costi del quale si è sviluppato il fusto in fiore e uno non diviso, di forma sferica arrotondata, da cui si svilupperà nell'anno successivo un fusto in fiore.
Si raccolgono dopo il periodo di fioritura i tuberi dal sapore amarognolo e dal peculiare odore sgradevole, li si lava, si grattugia la pelle marrone esterna, si tostano e li si essicca ad una temperatura calda artificiale. Tutti i tuberi di orchidea possono fornire il salep. Più frequentemente si utilizzavano i tuberi non divisi di orchide minore Anacamptis moria, orchide maschia (Orchis masculà, orchide militare Orchis militaris, orchide bruciacchiata Neotinea ustulata, orchide piramidale .Anacamptis pyramidalis, un po' meno i tuberi divisi di Dactylorhiza maculata, Dactylorhiza incarnata e Gymnadenia conopsea.
I tuberi rotondi pesano dopo l'essiccatura al massimo 2 g e sono lunghi 3 cm, hanno una forma molto irregolare, dura, fragile, giallognola, hanno un odore debolmente aromatico, un sapore indifferentemente insipido, contengono per il 27% amido, 48% Bassorina, 1% glucidi, 5% proteine, 2% minerali, ecc. Se polverizzati e aggiunti ad acqua bollente nella quantità di 40-50 volte il loro peso, producono una pappetta densa.
Secondo le usanze orientali, il salep nell'antichità orientale, in riferimento alla forma dei due tuberi rotondi posti uno a fianco all'altro, è considerato un mezzo efficace per raggiungere nuovamente la forza di procreazione. Teofrasto di Ereso e Dioscoride gli hanno ascritto una grande capacità nutritiva, che in realtà non possiede. Tramite gli Arabi sono giunti in Europa tuberi di orchidee probabilmente di origine persiana o di altri paesi orientali, ma nel Medioevo si utilizzavano anche in Occidente i tuberi di orchidee nostrane.
Quando non erano disponibili medicinali migliori lo si utilizzava anche come rimedio casalingo per la diarrea. Non ha alcuna proprietà curativa.
Oggigiorno, tutte le specie di orchidee sopra nominate sono sotto la tutela delle leggi nazionali ed internazionali, cosa che vale soprattutto per le porzioni di piante ipogee. All'interno dell'Unione
Europea la vendita del salep è proibita.

 

 

 

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"Alle porte del Sahara"

di Gianfranco Pepe

La luminosa quanto affascinante città di Marrakech, con i suoi colori, i suoi suoni, il suo folclore e le sue bellezze, segna un confine non solo geografico tra il nord e il sud del Marocco. Lei stessa capitale nel passato, fa parte integrante del giro delle città imperiali che si sviluppa verso nord. Verso sud invece i territori del popolo berbero, delle frastagliate montagne sagomate dal vento, delle raffinate fortezze d’argilla, dei grandi palmeti e dello sconfinato deserto.
I Berberi, che nel passato popolavano l’intero territorio dell’attuale Marocco, subirono l’invasione degli Arabi che portarono la religione islamica, ma hanno conservato in pieno la loro lingua e la loro cultura, assai diversa da quella araba. E proprio in seguito a quelle invasioni e a quelle guerre, questo popolo si ritirò tra le asperità dei monti e più giù negli inospitali territori desertici. Insomma, proprio i luoghi che abbiamo avuto il piacere di visitare. Sul grintoso fuoristrada Toyota Land Cruiser che ci ha scorrazzato su nastri d’asfalto serpeggianti tra vallate e montagne, ma anche su impegnative piste di sassi o di sabbia, oltre al nostro bravissimo autista Hamù, io- l’insostituibile capogita -, Frediana mia moglie, e gli amici Amelia e Paolo, da me ribattezzato con l’onorevole titolo di “Grande Cammello”.
Marrakech è stata il punto di partenza e di arrivo del nostro bel viaggio, riservandoci una splendida accoglienza, con cieli limpidi e sereni abbelliti da bianche nuvole, con un clima ancora caldo e piacevolmente asciutto. Siamo a fine ottobre, uno dei periodi migliori per affrontare questo tour, e ritrovare un gradevolissimo clima estivo ormai perduto alle nostre latitudini, è davvero una piacevole sensazione. Abbiamo alloggiato in 2 diversi Riad, le vecchie case padronali della Medina, trasformate in piccoli eleganti hotel di grande fascino. All’interno del riad, le famiglie marocchine svolgevano la maggior parte della propria vita, in particolare le donne, che non potevano frequentare la vita pubblica. Il termine “riad” in arabo significa giardino, e questo spiega perchè tutti i riad si sviluppano attorno ad un patio interno. All’esterno, sulle strette vie della Medina, niente finestre e niente balconi, solo una semplice porta con un batacchio. Ma una volta entrati, si dischiude come per magia uno scrigno di raffinato stile locale, di tranquillità e di silenzio,che solo il delicato zampillo di una fontana riesce ad interrompere. La grande Medina circondata da ben 12 chilometri di mura, il vecchio cuore pulsante della città, fino a qualche anno fa era sconsigliabile a qualsiasi turista vi ci si volesse avventurare senza una guida. Oggi tutto è cambiato e si può girare da soli senza rischi sia di giorno che di sera. L’unico rischio reale è quello di perdersi, e così abbiamo preferito essere accompagnati da Mustafà, una guida ridanciana e affabile che conosceva e salutava tutti, ma proprio proprio tutti!. Con lui ci siamo inoltrati nei luoghi più reconditi del souk, dove un artigianato straordinariamente bello e vario, tra intensi profumi, artigiani al lavoro e stracarichi asini che ancora sono un indispensabile mezzo di trasporto, coloravano e animavano sperduti angoli e angusti porticati. Nella Medina, oltre al folclore, preziose meraviglie architettoniche, come l’antica scuola coranica o la torre della Koutoubìa, simbolo stesso della città; e poi la grande piazza famosa in tutto il mondo, la piazza Jemaa el Fna, con il suo chiassoso folclore e i suoi variopinti venditori. Assaporando lentamente l’atmosfera a bordo di un calesse, ci siamo spinti sino ad un curatissimo e lussureggiante giardino tropicale, passando per le antiche porte della città sorvegliate dalle cicogne nascoste nei loro grandi nidi, che vengono quaggiù a svernare dalla Francia. Lasciamo l’animata Marrakech e puntiamo verso sud-est, verso i monti dell’Alto Atlante superando un passo a 2.260 metri di altitudine, ma alle prime curve comincia a piovere e la pioggia ci accompagnerà per tutta la mattinata avvolgendo di grigio e di vento freddo i bei panorami che ci circondano. Poco male, ripasseremo di qui l’ultimo giorno e da domani il sole e i cieli tersi non ci abbandoneranno più. Dalla città di Uarzazate, famosa per essere un importante centro cinematografico, imbocchiamo una strada sterrata secondaria lungo la quale ci vengono regalati momenti estremamente interessanti e suggestivi, entrando nel cuore rurale di questa regione, tra semplici scene di vita contadina, in un ambiente caratterizzato da piccoli palmeti e dal susseguirsi delle tipiche Kasbah d’argilla e di paglia, a volte diroccate ma a volte in buono stato di conservazione che mostrano ancora le loro raffinate architetture. Le kasbah, talvolta dimore padronali, talvolta piccoli castelli e talvolta veri e propri minuscoli villaggi fortificati, con il loro color ocra si confondono magicamente con il territorio circostante, nascondendo al loro interno insospettabili segreti di vita e di potere. Nell’animazione domenicale di un continuo susseguirsi di villaggi, giungiamo a Boumalne Dades, capoluogo di questa zona, una zona straordinariamente ricca di stupendi paesaggi. Oggi la giornata è splendida e i panorami che ci circondano sono abbelliti dal bianco brillante della neve che ieri è caduta sulle cime più alte. Ci aspetta un impegnativo giro circolare, risalendo le gole del Todrà e riscendendo tra le gole del Dades, entrando nel cuore più aspro dell’Alto Atlante. Piccoli villaggi di argilla nascosti tra le pieghe delle montagne, ci accompagnano sino all’ingresso delle gole, strette e profonde spaccature tra le rocce. La valle poi si apre ma da qui in poi solo una fatiscente pista ci darà la possibilità di superare il passo. Fortunatamente incontriamo due fuoristrada in senso contrario che ci dicono che le piogge di ieri hanno fatto crollare parte del percorso ma che, anche se sarà dura, il nostro 4x4 dovrebbe riuscire a farcela. Da qui in poi il nulla, ma la bellezza delle montagne che delimitano la vallata, con le loro infinite sfumature di rosso, di rosa e di arancione, ci distrae dai sobbalzi e dagli scossoni. Improvvisamente ci blocchiamo per lasciar passare una piccola carovana di nomadi sbucati da non si sa dove, con i loro dromedari, le loro tende e i loro bambini dall’aria sorridente. Una donna sdentata di indefinibile età ci invita gentilmente a prendere un tè che non abbiamo il coraggio di accettare; potrebbe avere 40 anni o forse 70, chissà! Cinque chilometri nel greto asciutto del torrente, unica alternativa alla pista franata, mettono a dura prova macchina e autista ma il passo viene finalmente raggiunto. Siamo a 2800 metri di altitudine, il paesaggio è aspro e selvaggio, il silenzio è totale e l’atmosfera tersa. Ma da dove salta fuori questo solitario nomade che si materializza accanto a noi per condividere seduti sui sassi il nostro parco spuntino? Mah, misteri dell’Alto Atlante! La discesa nella Valle del Dades è un po’ meno impegnativa e percorriamo lentamente la lunga vallata, tra un alternarsi di profondi canyon, rigogliosi palmeti e colorate montagne. Il tramonto avvolge tondeggianti formazioni e scenografiche rocce dalle forme bizzarre, infuocando i monti e le pareti d’argilla di una kasbah fortificata, portandoci alla conclusione di questa intensa giornata. In realtà tutte le giornate saranno intense, e la straordinaria varietà dei paesaggi e degli ambienti manterrà intatto il nostro entusiasmo sino alla fine.
Anche oggi un impegnativo percorso su di una lunga pista sterrata, superando un altro passo a più di 2200 metri di altitudine. Animati mercati lasciano presto il posto ad un arido mondo di desolata bellezza, tra spettacolari vallate, vecchie miniere d’argento e frastagliati picchi rocciosi che ci ricordano un po’ le nostre dolomiti. Sfociamo poi nella valle del Draa che, con i suoi lussureggianti palmeti di datteri, come una lunga collana di smeraldo si perde lontano nelle rosate sabbie del deserto sino ai confini con l’Algeria. Percorriamo a piedi un tratto del palmeto; è proprio il periodo del raccolto e, poter gustare squisiti datteri maturi colti direttamente dalla pianta, è davvero una dolcissima esperienza! Eccoci a Zagora, antico porto carovaniero, qui siamo veramente alle porte del Sahara. Un vecchio cartello indica che ci vogliono 52 giorni di cammello per arrivare a Timbuktù. Le invisibili piste del deserto hanno molte caratteristiche diverse e, prima di raggiungere il nostro campo tendato che ci ospiterà per una romantica notte tra le dune , il nostro fuoristrada deve ruggire ancora per un lungo tratto su di un faticoso fondo ghiaioso. Ci lasciamo alle spalle sparute palme piegate sulla sabbia, ultima testimonianza di vita strappata alla siccità, ed eccoci immersi in un mare di dune. La pista si fa morbida e insidiosa e finalmente, tra le alte onde di questo oceano di sabbia, ecco il nostro campo sperduto nel nulla. Non ci sono strutture fisse, solo alcune confortevolissime tende bianche sparse intorno ad una più grande tenda centrale. Che meraviglia, che silenzio, che magica atmosfera! Siamo fortunatissimi perché non c’è un alito di vento e possiamo camminare a lungo raggiungendo faticosamente la sottile lama della cresta di una duna, da noi scelta per rendere il nostro grato e gratificante saluto al sole che tramonta. E’ quasi buio quando rientriamo al campo nella luce surreale del crepuscolo e veniamo sorpresi da una cena ottima e raffinata che mai ci saremmo immaginati di gustare in un angolo così sperduto di mondo. L’aurora ci accoglie in una dorata tranquillità. Lasciato il campo percorriamo un tratto di deserto magnifico, con le impalpabili dune che si rincorrono abbellite da numerosi arbusti dagli strani frutti; qua e là discrete presenze di nomadi, con i loro dromedari e le loro capre. Il fondo liscio e compatto di un grande lago preistorico ci consente di lanciare il fuoristrada e capiamo cosa sono i miraggi: laggiù, laggiù all’orizzonte c’è uno specchio d’acqua! Niente di più falso, il nostro sguardo si perde all’infinito mentre le dune lasciano il posto alla muraglia rocciosa del Jebel Bani. Un caloroso applauso al nostro autista annuncia l’inizio dell’asfalto. Ci fermiamo nell’oasi di Foum Zguid a fare rifornimenti e la vivacità del mercato è accentuata dai colori incredibilmente sgargianti dei vestiti delle donne locali. Le alte montagne che ora ci circondano, dalle striature che paiono onde colorate di rosso e di ocra, ci incantano e ci accompagnano verso nord, tra vallate sempre più fertili. Eccoci all’ultimo trasferimento che ci riserverà ancora incantevoli sorprese paesaggistiche. Risaliamo sui monti dell’Atlante effettuando una sosta alla famosa kasbah di Aït Benhaddou, patrimonio dell’Unesco, uno dei più esotici e meglio conservati insediamenti fortificati del Marocco e scenario di moltissimi film. Proseguiamo percorrendo l’antica pista del sale che, aggrappata alle montagne, attraversa paesaggi di aspre vallate dove sul fondovalle, tra i verdissimi campi coltivati, si intravedono i minuscoli villaggi d’argilla, mentre i colori delle montagne con chiaroscuri dal rosa all’amaranto sono uno spettacolo sempre vario e affascinante. Dopo 1300 chilometri di grande intensità e bellezza, Marrakech ci ridona il benvenuto con una temperatura di 31 gradi. Un nuovo riad ci accoglie con deliziosi dolcetti alle mandorle e l’immancabile tè alla menta in un ambiente tranquillo e raffinato. Ma questo meraviglioso clima estivo ci spinge ad uscire e a tuffarci tra le animate vie della Medina sino alla grande piazza e al suo vivace folclore. Con l’oscurità questo luogo sprigiona tutta la sua energia e la sua inimitabile atmosfera che ci avvolge e ci incanta, mentre il canto di un vicino Muezzin richiama alla preghiera suggellando la fine di questa nuova piacevole avventura. 

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"Un idea natalizia"

di Sonia Larzeni

Spesso ci affanniamo a preparare un buon pranzo Natalizio e trascuriamo l'addobbo della tavola destinata al pranzo di questo bellissimo giorno di festa che riunisce amici e parenti.
Per questa occasione così importante voglio proporvi un idea originale e allo stesso tempo utile.Perchè quest'anno non prepariamo un bel segnaposto?
Se l'idea vi piace seguite questo mio consiglio e farete un gran figurone con i vostri invitati che apprezzeranno il pranzo e anche l'addobbo della tavola e il regalo!

Per prima cosa procuratevi dei vasettini di vetro sterilizzati,( si trovano nei casalinghi )

Prendete i piu piccoli che trovate.
Naturalmente devono essere completi di tappi.
Prendete un grosso pentolone riempito di acqua, e fate bollire vasettini. Almeno per mezz'ora così da sterilizzarli contro il botulino.
Togliete i vasetti dalla pentola e lasciateli raffreddare a testa in giu.
Intanto prepariamo la salsa al pesto di rucola.
Prendiamo le confezioni di rucola gia pulite che si trovano al supermercato.
Laviamo la rucola e la mettiamo nel bicchiere delfrullatore ad immersione.

Aggiungiamo olio, pinoli e provolone piccante.
Le dosi degli ingredienti vanno a gusto individuale.
Ora frullate il tutto, invasate la salsa, ricordandovi di aggiungere olio in in ogni vasetto.
Chiudete i vasetti e voltateli a testa in giù tenendoli in un luogo buio per un giorno.

Ora potete addobbare i vasettini.
Quii, entra in gioco la fantasia e di conseguenza ci si può sbizzarrire come meglio si crede!

Ecco alcuni esempi facili ma si puo variare a piacere!
Fate dei sacchettini con della carta ruvida rossa,Solitamente la si trova nei negozi di fiori o nelle cartolerie.

Chiudete i sacchettini con dei nastri dorati.
Se non vi piace questo tipo di carta potete fare anche sacchettini di stoffa o della carta lucida o di altro tipo che piu vi piace legati con altro tipo di nastro e magari abbelliti con dei piccoli fiorellini finti.
Disponete un vasetino sul piatto o sul tovagliolo di ogni ospite,servirà come segnaposto e dopo il pranzo sarà regalato a loro così potranno gustarsi la salsa anche dopo Natale!

 

Un idea Natalizia.
di Sonia Larzeni.
Spesso ci affanniamo a preparare un buon pranzo Natalizio e trascuriamo l'addobbo della tavola destinata al pranzo di questo bellissimo giorno di festa che riunisce amici e parenti.
Per questa occasione così importante voglio proporvi un idea originale e allo stesso tempo utile.Perchè quest'anno non prepariamo un bel segnaposto?
Se l'idea vi piace seguite questo mio consiglio e farete un gran figurone con i vostri invitati che apprezzeranno il pranzo e anche l'addobbo della tavola e il regalo!

Per prima cosa procuratevi dei vasettini di vetro sterilizzati,( si trovano nei casalinghi )

Prendete i piu piccoli che trovate.
Naturalmente devono essere completi di tappi.
Prendete un grosso pentolone riempito di acqua, e fate bollire vasettini. Almeno per mezz'ora così da sterilizzarli contro il botulino.
Togliete i vasetti dalla pentola e lasciateli raffreddare a testa in giu.
Intanto prepariamo la salsa al pesto di rucola.
Prendiamo le confezioni di rucola gia pulite che si trovano al supermercato.
Laviamo la rucola e la mettiamo nel bicchiere delfrullatore ad immersione.

Aggiungiamo olio, pinoli e provolone piccante.
Le dosi degli ingredienti vanno a gusto individuale.
Ora frullate il tutto, invasate la salsa, ricordandovi di aggiungere olio in in ogni vasetto.
Chiudete i vasetti e voltateli a testa in giù tenendoli in un luogo buio per un giorno.

Ora potete addobbare i vasettini.
Quii, entra in gioco la fantasia e di conseguenza ci si può sbizzarrire come meglio si crede!

Ecco alcuni esempi facili ma si puo variare a piacere!
Fate dei sacchettini con della carta ruvida rossa,Solitamente la si trova nei negozi di fiori o nelle cartolerie.

Chiudete i sacchettini con dei nastri dorati.
Se non vi piace questo tipo di carta potete fare anche sacchettini di stoffa o della carta lucida o di altro tipo che piu vi piace legati con altro tipo di nastro e magari abbelliti con dei piccoli fiorellini finti.
Disponete un vasetino sul piatto o sul tovagliolo di ogni ospite,servirà come segnaposto e dopo il pranzo sarà regalato a loro così potranno gustarsi la salsa anche dopo Natale!

 

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NormalitÓ e handicap

"Diciamo la veritÓ"

di Antonino Cucinotta

Ancora oggi è opinione assai diffusa che i ciechi costituiscano una categoria omogenea e indifferenziata; cioè, l’uno è identico all’altro. La cecità che li accomuna, eliminerebbe le differenze individuali.
É questo un pregiudizio che denota poca riflessione e forse anche scarsa intelligenza, poiché è evidente che sia nella scuola che nella società non esistono due individui perfettamente identici. Ma è ancora più grave che spesso tale opinione considera i ciechi assoluti o quasi persone di poca intelligenza e, quindi, di basso livello culturale, nonostante che da oltre ottant’anni siano migliaia i ciechi che hanno calcato, come validi insegnanti, le cattedre scolastiche; che come fisioterapisti abbiano aiutato i medici negli ospedali per curare le persone traumatizzate; e avvocati che con intelligenza abbiano saputo risolvere con maestria i casi giudiziari loro proposti. Magari, si sostiene che queste sono eccezioni che confermano la regola, il che non è assolutamente vero.
Ricordo che alcuni anni addietro, in una nota trasmissione, Radio Rai, un giornalista, per dimostrare la facile comprensione dei principi di economia che esponeva, ebbe a dire che li capivano anche i ciechi. Quel giornalista, quindi, ci considerava anche ottusi di mente. A parte che tali pregiudizi sono anche ancestrali, a me sembra che essi siano alimentati anche da noi stessi non vedenti. Credo che sia spesso il nostro comportamento e certe eccessive agevolazioni richieste e ottenute che creino e rafforzino i pregiudizi e i pietismi nei nostri confronti.
Cerco di spiegarmi meglio con un esempio pratico. Si verifica spesso che in autobus signori e signore, anche attempati, cedano il posto ad un cieco magari aitante e, comunque, ben messo in gambe, il quale accetta e si accomoda. É chiaro che accettando, dimostra che la cecità gli è di grave peso, il che io non credo. Fra l’altro, il caso è capitato ad un mio amico, avanti con gli anni ma ben piantato sulle gambe; infatti, appena salito in pullman a Milano, una gentile signora si è alzata per cedergli il posto. L’amico ha ringraziato, ma ha detto di non potere accettare la cortesia stando bene in gambe e avendo solo bisogno di un appoggiamano. La signora è rimasta piuttosto male e mi auguro che altra volta si astenga a voler cedere il posto ad un cieco. C’è da dire che altri amici, a cui ho riferito l’episodio, hanno detto che essi avrebbero accettato. A me sembra che, così facendo non danno un contributo positivo alla nostra causa di riscatto.
Il Presidente nazionale e i dirigenti associativi parlano ad ogni piè sospinto della parità sociale come dimostrazione che la cecità non impedisce di essere uomini alla pari con i normodotati. Ma nello stesso tempo, insistono per ottenere agevolazioni in favori di lavoratori e studenti ciechi. Non disconosco la validità di molte agevolazioni richieste, ma ne trovo alcune non sufficientemente valide e giustificabili. La meno ovvia mi sembra il diritto ad un abbuono di quattro mesi per ogni anno di lavoro. Se ci siamo battuti per il riscatto sociale della categoria, non vedo la validità di tale beneficio, ottenuto facendo perno sulla sofferenza del “povero cieco” costretto a lavorare, senza dire che tale agevolazione suscita gelosie e risentimenti nei colleghi vedenti che non si rendono conto delle ragioni di tali agevolazioni. Infine, diciamo la verità anche sulla condizione dei ragazzi ciechi nella scuola ordinaria, argomento sempre di scottante attualità. E infatti, essi vivono la loro cecità in solitudine spirituale, in un ambiente pieno di pregiudizi e prevenzioni che contribuiscono a rendere più pesante la minorazione e più triste la loro vita. La scuola disattende il compito di integrare i ragazzi ciechi nella classe in una più stretta relazione con i compagni vedenti che invece rimangono estranei. Molti insegnanti non credono nella capacità dei ciechi di realizzarsi mentalmente e di raggiungere livelli culturali pari a quelli dei compagni vedenti. Essi, quasi sempre, vengono affidati agli insegnanti di sostegno che, non sempre ben preparati, il più delle volte si limitano a svolgere attività più assistenziale che intellettivamente formativa e produttiva. La scarsa cultura, quindi, accompagna i ragazzi non vedenti nel loro ciclo scolastico se è vero che le promozioni molto spesso vengono date non per merito, ma per pietà. Gli insegnanti di solito non danno importanza alla diagnosi funzionale, al profilo dinamico funzionale e al piano educativo individualizzato, sicché manca loro un preciso orientamento per una concreta trattazione delle problematiche tiflologiche.
Si dice che in Italia abbiamo un’ottima legislazione scolastica riguardante i non vedenti che ci viene invidiata dai rappresentati degli altri stati europei. Và, però,  detto pure che in questi stati europei gli istituti per ciechi e le scuole speciali non sono stati chiusi come invece è avvenuto in Italia con gli effetti disastrosi che conosciamo, nonostante l’ottima legislazione invidiataci dagli stranieri. Io spero che coloro che hanno portato a questa malaugurata condizione dei nostri ragazzi si rendano conto del danno arrecato e che riconoscano che con l’inserimento nella scuola ordinaria si è creato “un ghetto” molto più ampio e più nocivo di quanto non fosse quello attribuito ai vecchi istituti. Leggendo gli articoli dei dirigenti associativi sulla scuola, non mi pare che essi abbiano ancora capito che dopo trent’anni di esperienze negative, salvi i casi positivi che pure ci sono, non certo per l’efficienza delle strutture scolastiche, sarebbe vano attendere ancora le innovazioni risolutive del problema. Essi riconoscono apertamente le lacune della situazione culturale dei nostri ragazzi, ma continuano a sostenere che “indietro non si torna”, come se ci fosse qualcuno che volesse tornare ai vecchi istituti così com’erano e non viceversa ad istituti radicalmente rinnovati sia sotto l’aspetto culturale, educativo e organizzativo. Mi meraviglio che i dirigenti, conoscendo il basso livello culturale dei nostri giovani, si sentano confortati dal maggior numero di laureati di oggi rispetto allo scarso numero di quelli che si sono laureati tra gli anni trenta e sessanta del secolo scorso.
Sono d’accordo con il professor Tioli quando sostiene che la storia dell’Unione, fin dal suo inizio, si è sempre identificata con la storia dell’educazione e dell’istruzione dei ciechi considerate “priorità assolute”, come pure sono d’accordo con lui quando dice che “sarà bene che l’Unione non dimentichi la propria storia e che ricordi che ancora oggi l’educazione è una priorità”. Purtroppo, però, bisogna riconoscere che l’Unione di oggi non è più quella gloriosa di ieri, avendo assunto una struttura elefantiaca con uffici burocraticamente organizzati, privi dello slancio e dell’entusiasmo che l’Unione ha manifestato nel tempo che fu, quando i giovani ciechi avevano consapevolezza delle proprie capacità intellettuali e seguivano l’orientamento professionale da loro liberamente scelto senza imposizioni da parte di chicchessia.

 

 

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Patologia

"Il diabete"

di Rossana Badaschi

Cos’è il diabete?

Sempre più frequentemente si sente parlare di diabete e, infatti, l’incidenza di tale patologia è in continuo aumento, anche come conseguenza di stili di vita scorretti, che prevedono una scarsa attività fisica e un’alimentazione sempre più ricca di zuccheri semplici.
Importante è sottolineare però che esistono diverse tipologie di diabete, in tutte comunque (ad eccezione di quello insipido, di cui si accennerà di seguito), si verifica iperglicemia, cioè un aumento della concentrazione di zuccheri nel sangue.
        
Quali tipi di diabete esistono?

Dal greco διαβαίνω (diabaíno) “passo attraverso”,  il termine “diabete” indica due entità cliniche distinte, ma accomunate dal passaggio attraverso i reni di un eccesso di urina (poliuria):
- il diabete mellito (dal latino mel = miele, per il sapore dolciastro delle urine; una curiosità è che in passato la diagnosi veniva fatta proprio “assaggiando” le urine)
- il diabete insipido
Il diabete mellito è una malattia cronica caratterizzata da livelli di zucchero (glucosio) nel sangue più elevati rispetto alla norma (iperglicemia), a causa di un’inadeguata o assente produzione dell'ormone insulina (Diabete di tipo 1) o di una scarsa capacità dei tessuti di utilizzare l'insulina stessa (Diabete di tipo 2).
L’insulina, infatti, è l’ormone, prodotto dal pancreas (ad opera delle β cellule delle Isole di Langerhans), che rende possibile l’utilizzazione del glucosio da parte del nostro corpo. Da ciò deriva che una sua carenza o un suo cattivo funzionamento comportano un’inutilizzazione del glucosio, che si accumula così nel sangue.
Secondo la Classificazione messa a punto dall'Organizzazione Mondiale della Sanità (vedi tabella di seguito), le forme di diabete tipo 1 e tipo 2 sono le più frequenti, esistono inoltre il diabete gestazionale (o gravidico) e altre forme più rare.


Classificazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità:

Tipo di diabete

Descrizione

TIPO 1

L'insulina non viene prodotta o è prodotta in quantità insufficienti

TIPO 2

L'insulina viene prodotta ma non è adeguata a mantenere la glicemia nella normalità. Questo avviene principalmente a causa dell'insulino-resistenza,  cioè l’insulina prodotta dal pancreas non riesce ad agire negli organi periferici (soprattutto muscoli e fegato)

GESTAZIONALE

Che viene diagnosticato per la prima volta in gravidanza

INSIPIDO

Dovuto al deficit di produzione dell’ormone antidiuretico (o ADH), ormone responsabile del riassorbimento di acqua a livello renale, tale carenza determina poliuria (dal greco πολύς "molto" e οὖρον  "urina", aumentata escrezione di urina) fino a 20 litri nelle 24h

MALATTIE DEL PANCREAS

Il pancreas è l’organo che produce l’insulina, pertanto malattie che interessano quest’organo, come pancreatiti, traumi o asportazione chirurgica, tumori, fibrosi cistica, emocromatosi (accumulo di ferro in alcuni organi), possono determinare l’insorgenza di diabete

MALATTIE ENDOCRINE

Malattie endocrine come la Sindrome di Cushing (produzione eccessiva di ormoni steroidei) o l'acromegalia (livelli in eccesso di ormone della crescita),  possono essere causa di diabete che si risolve tipicamente con il controllo dell'eccesso dell'ormone che ne ha determinato l'insorgenza.

ALTRO TIPO

  • Forme rare geneticamente determinate
  • Forme indotte da farmaci o sostanze chimiche
  • Forme determinate da infezioni
  • Forme rare di diabete in cui rientra il sistema immunitario

 

Come si fa la diagnosi di diabete?
Descrizione: http://www.genitori.it/wp-content/uploads/diabete-infantile.jpg

 

I valori normali di glicemia a digiuno, definito come assenza di introduzione calorica almeno nelle 8 ore precedenti,  variano da 65 a 110mg/dl di sangue, mentre a due ore dal pasto tale valore può salire anche a 140 mg/dl (glicemia postprandiale).
Oggi la gran parte delle persone, e sempre più spesso anche di giovane età, scopre di avere il diabete grazie a un test della glicemia inserito fra gli esami del sangue di routine o prescritti per altri scopi.
Se da una glicemia a digiuno emerge un valore superiore a 126 mg/dl è necessario effettuare un ulteriore test per smentire o confermare la diagnosi; qualora si presentassero due valori superiori a 126 mg/dl a digiuno viene diagnosticato il diabete.
Con un valore intermedio, ossia una glicemia a digiuno compresa fra 100 e 126 mg/dl, occorre effettuare l'OGTT (Oral Glucose Tolerance Test, test di tolleranza al glucosio o test da carico orale di glucosio) per rilevare le alterazioni nel controllo della glicemia.
Il test consiste nel bere a digiuno una certa quantità (75 g) di glucosio sciolta in acqua. La glicemia viene misurata prima e a mezz'ora dalla somministrazione, vengono poi effettuati altri tre prelievi a distanza di mezz'ora l'uno dall'altro nelle ore seguenti. Se due ore dopo aver bevuto la soluzione di acqua e zucchero la persona ha una glicemia compresa fra 140 e 200 mg/dl si parla di ridotta tolleranza ai carboidrati, se è superiore a 200 mg/dl di diabete vero e proprio.

Sintomi e complicanze

Se la glicemia supera i 180mg/dl di sangue si presenta anche glucosio nelle urine (glicosuria)

Si associano inoltre:

Possono insorgere in caso di diabete non controllato e condurre a coma e morte, sono:

Cosa può provocare l’iperglicemia cronica?

Descrizione: http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/0/09/Principali_manifestazioni_cliniche_diabete.png/350px-Principali_manifestazioni_cliniche_diabete.pngA lungo andare l’eccesso di glucosio nel sangue può provocare alterazioni strutturali e funzionali di vari organi:

Quali sono le forme più comuni?

Come già accennato, la maggior parte delle persone è affetta da uno dei due sottotipi principali della malattia:

La patologia è caratterizzata da resistenza all'azione dell'insulina (insulino-resistenza) e da un inadeguato aumento compensatorio della secrezione insulinica.

La tabella di seguito riassume le principali differenze tra i due tipi di diabete.

Differenze tra diabete tipo 1 e diabete tipo 2

 

DIABETE DI TIPO 1

DIABETE DI TIPO 2

Insorgenza, evoluzione,
fattori di rischio

  • Insorge ad ogni età, prevalentemente durante l’infanzia o l’adolescenza
  • Ha un esordio rapido, brusco
  • Caratterizzato da picchi tra l’ età prescolare e la pubertà
  • Fattori di rischio: non conosciuti con certezza.

              Vi sono ipotesi su: infezioni virali,  
              alimentazione del neonato

  • Insorge tendenzialmente in età adulta. Il rischio di insorgenza cresce con l’avanzare dell’età
  • Ha un esordio lento, progressivo
  • È più frequente del diabete di tipo 1
  • Fattori di rischio: obesità, dieta sbilanciata, vita

              sedentaria, ipertensione, valori alti di
              colesterolo e/o trigliceridi nel sangue, familiarità
              Si ritiene che la componente genetica svolga   
              un ruolo importante nell’insorgere della malattia

Autoimmunità

  • Diverse evidenze indicano che si tratta di una  

              malattia autoimmune

____

Metabolismo

  • Deficit di insulina
  • Non insulino-resistente
  • Deficit di insulina
  • Insulino-resistente, nella maggior parte dei casi (circa l’80%)

Screening
per diagnosi precoce

  • Ricerca di autoanticorpi, cioè anticorpi diretti contro le strutture proprie del nostro organismo, nel caso specifico contro il pancreas
  • Glicemia a digiuno
  • Glicemia dopo prova da carico

Terapia

  • Iniezioni sottocutanee di insulina
  • Il trapianto è in rari casi, a causa della necessità di seguire per tutta la vita una terapia antirigetto più dannosa del diabete stesso
  • Dieta equilibrata e  attività fisica regolare
  • Farmaci per via orale (ipoglicemizzanti)
  • Insulina solo in caso di insuccesso dei precedenti

 

N.B. Un tempo il diabete tipo 1  veniva anche denominato insulino-dipendente (IDDM: Insulin Dependent Diabetes Mellitus), perché  si evidenziava la necessità di terapia insulinica per la sopravvivenza; tale definizione è stata abbandonata perché talvolta anche i diabetici di tipo 2 (NIDDM: Non Insulin Dependent Diabetes Mellitus) necessitano di terapia sostitutiva per evitare situazioni a rischio per la vita, quali il coma iperglicemico.
A tavola con il diabete

Oltre ad una componente genetica, vari studi confermano il ruolo del sovrappeso nel favorire o anticipare la comparsa del diabete, soprattutto di tipo 2 e, infatti, una grande percentuale dei soggetti affetti da questa patologia è sovrappeso o obeso. 
Ė importante sottolineare quindi come fondamentale sia il mantenimento del peso corporeo ideale, come prevenzione primaria del diabete tipo 2.
Si deduce, da tale premessa, che una sana alimentazione è parte integrante della terapia e permette di prevenire ed evitare le complicanze tipiche della malattia.
Mentre in passato la dieta dei soggetti affetti da questa patologia era costituita da una serie di divieti, oggi non è più così; i diabetici in normale equilibrio possono seguire una dieta corretta e di facile attuazione, in cui bisogna prestare solo qualche accortezza in più rispetto alla normale alimentazione delle persone sane.
L’apporto di carboidrati non deve discostarsi molto dall’usuale alimentazione, purché si prediligano alimenti integrali, ricchi in fibre; per il diabetico in sovrappeso la dieta dovrà essere ipocalorica, ipolipidica, e normoglicidica.
Nel diabete giovanile (tipo1) la dieta ha tra i vari obiettivi la riduzione dei picchi glicemici, della glicosuria, il recupero e la stabilizzazione del peso ideale, la normalizzazione del quadro lipidico e dei valori di emoglobina glicosilata (legata al glucosio), ai fini della prevenzione delle complicanze.
Ė da sottolineare però che nel caso di diabete non controllato, in cui siano già presenti complicanze, è necessario attenersi alle specifiche raccomandazioni dello specialista.

Consigli generali per la dieta di un diabetico

-nei vari dolciumi (caramelle, cioccolato, gelati, ecc.)
-nelle bevande gassate, evitando anche quelli “light”, per la possibile presenza di edulcoranti chimici
-nei succhi di frutta inclusi quelli in cui in etichetta compare la dicitura “senza zuccheri aggiunti”, perché questi possono contenere, oltre agli zuccheri propri della frutta, anche dolcificanti non permessi ai diabetici.

Ad esempio se la porzione prescritta di frutta meno zuccherina fosse 150g, per gli altri frutti più ricchi di zuccheri si riduce a 80g.

-Se si è soliti consumare vino, non superare 1-2 bicchieri al giorno, esclusivamente durante i pasti per evitare crisi ipoglicemiche
-La birra ha un discreto contenuto di zuccheri semplici (circa il 3% di maltosio) pertanto bisogna consumarla saltuariamente e preferibilmente ai pasti
-Evitare i superalcolici, soprattutto a digiuno.

Si evidenzia inoltre che l’attività fisica è parte integrante sia per la prevenzione che per il controllo dei livelli di glicemia nel sangue in quanto migliora l’efficacia dell’insulina, oltre a mantenere attivo il metabolismo garantendo inevitabilmente anche un consumo calorico.

Cos’è l’indice glicemico degli alimenti?

Un tempo ai diabetici venivano quasi “proibiti” i carboidrati  a rapido assorbimento, compresi quelli della frutta; oggi non è più così anche grazie alle conoscenze sull’indice glicemico degli alimenti, inteso come la velocità con cui aumentano i livelli di glicemia in seguito all’assunzione di cibi contenenti carboidrati.
L’indice glicemico è influenzato oltre che dal contenuto di glucidi dell’alimento, anche dalla presenza di fibre, dal tipo di cottura dell’alimento, dalla composizione del pasto (cioè la presenza di altri cibi contenenti fibre, proteine, grassi e glucidi), quindi fa riferimento non al singolo alimento, ma va esteso all’intero pasto consumato.
Attualmente, quindi, grazie all’automonitoraggio della glicemia e della glicosuria è possibile ottimizzare la quantità e la ripartizione giornaliera di carboidrati, consentendo anche di utilizzare una piccola percentuale di zuccheri semplici.

Dolcificanti chimici

Riguardo all’utilizzo di dolcificanti di sintesi in sostituzione dello zucchero, come ad esempio l’aspartame, ne sono consentite solo limitate quantità; è perciò consigliabile non abusarne in quanto si tratta comunque di prodotti “non naturali”, per i quali è infatti prevista una  dose giornaliera ammissibile, DGA (in inglese ADI, Acceptable Daily Intake).
La DGA è un valore utilizzato in tossicologia e rappresenta la quantità tollerabile di una sostanza che un uomo, in base al suo peso, può assumere giornalmente e per tutta la vita, senza effetti avversi riconoscibili secondo lo stato attuale delle conoscenze.
Inoltre questi sostituti dello zucchero vengono spesso utilizzati per produrre alimenti “speciali” per diabetici, come biscotti, bibite gassate o altri prodotti, pertanto un uso smodato di tali alimenti, potrebbe determinare un superamento della dose giornaliera ammissibile sottovalutando l’azione cumulativa.
In più si sottolinea che questi prodotti pur avendo un minor contenuto di zuccheri e di carboidrati, hanno un tasso energetico considerevole per la presenza di grassi e di proteine (ad esempio la cioccolata per diabetici ha meno zuccheri ma più grassi!).
Anche l’utilizzo del fruttosio è discutibile, questo dolcificante veniva consigliato perché non richiede la produzione dell’insulina per essere assorbito, ma proprio per tale motivo può avere altri effetti “collaterali”, in quanto non determina la sensazione di sazietà (indotta anche dall’insulina) spingendoci  a consumare quantità maggiori di cibo, con conseguente aumento di peso e inoltre determina un aumento dei trigliceridi nel sangue.

Perché in alcune donne durante la gravidanza si manifesta il diabete?

Descrizione: https://encrypted-tbn1.gstatic.com/images?q=tbn:ANd9GcQtXEAul-04ylA3pPDKwsDqL8BGpD8XabZ8XNzu-W5XuQU--2A64gQualche indicazione in più è necessaria per il diabete gestazionale.
Il diabete può essere già presente prima del concepimento, oppure manifestarsi per la prima volta durante la gravidanza, in questo caso comporta meno rischi del diabete preesistente.
Infatti nelle donne gravide il pancreas produce più insulina del normale e ciò avviene sia per soddisfare il fabbisogno energetico del feto e sia perché gli ormoni prodotti dalla placenta impediscono l’ottimale funzionamento dell'insulina.
Se il pancreas non secerne il quantitativo extra necessario, si manifesta il diabete gestazionale.
Ma il diabete mellito può essere anche preesistente alla gravidanza e, in questo caso, perché la donna abbia una gestazione normale, è necessario che la malattia venga tenuta sotto costante controllo.
E’ importante, quindi, pianificare la gravidanza ed eventualmente modificare, insieme al proprio medico curante, il dosaggio dei farmaci, che durante la gravidanza, salvo casi molto particolari, corrisponde all’iniezione di insulina, in modo da evitare eccessive fluttuazioni della glicemia.
A volte le gestanti diabetiche possono, se non controllate, presentare un maggiore rischio di ipertensione, parto prematuro e malformazioni fetali.                          Spesso durante il diabete gestazionale si riesce a controllare la glicemia semplicemente attraverso una dieta lievemente ipocalorica, ma in alcuni casi è necessario ricorrere ai farmaci.
Questo tipo di diabete può essere transitorio e tende, generalmente, a scomparire dopo il parto, tuttavia, per precauzione viene comunque fatto un controllo a distanza (in genere dopo circa 40 giorni), che va ripetuto annualmente in quanto questa condizione costituisce un fattore di rischio per lo sviluppo in futuro di diabete.

Quali sono i fattori di rischio che predispongono al diabete in gravidanza?

Esistono donne per le quali è maggiore il rischio di sviluppare la malattia, i principali esempi sono riportati nella tabella seguente:
 


Principali fattori di rischio del diabete in gravidanza
  • Presenza di familiari con diabete
  • Sovrappeso/Obesità
  • Precedente gravidanza con diabete gestazionale
  • Macrosomia (peso del nascituro> 4,5 kg) in precedenti gravidanze
  • Precedenti aborti spontanei
  • Elevata glicosuria (alti livelli di glucosio nelle urine)
  • Ricorrenti infezioni urinarie e vulvovaginali
  • Età avanzata della gestante
  • Presenza di eccessivo liquido amniotico o di eccessiva crescita fetale all'ecografia

 

In una quota di donne in cui si manifesterà un diabete gestazionale non vi sono, tuttavia, fattori di rischio evidenziabili.
Ciò spiega perché da alcuni anni molte ostetriche ritengono opportuno sottoporre a screening tutte le mamme in attesa di un figlio, attraverso un test che viene in genere eseguito fra la 24° e la 28° settimana di gravidanza.

Possono insorgere delle complicanze, sia per  la madre che per il nascituro, nelle ultime fasi della gravidanza?

In effetti, alcune complicanze possono manifestarsi verso la fine della gravidanza, perché il feto produce, tramite il pancreas, una quantità maggiore di insulina per far fronte agli elevati livelli di zucchero della madre che attraversano la placenta per nutrirlo.
Per questo possono verificarsi: aumentato peso del nascituro (macrosomia), presenza di eccessivo liquido amniotico (polidramnios), con conseguente aumento del rischio di parto prematuro e complicanze durante il travaglio e il parto.
In questi casi, comunque, la madre ha la possibilità di sottoporsi a regolari ecografie per controllare la crescita fetale e il volume di liquido amniotico; inoltre, potrebbe esserle consigliato il parto indotto prima del termine.

Vorrei concludere ribadendo che il diabete pur essendo una malattia multifattoriale, in cui accanto a fattori di rischio non modificabili, come ad esempio quelli genetici, ve ne sono molti altri modificabili, tra cui sono di primaria importanza una sana alimentazione associata ad un’attività fisica e a sani stili di vita.
Seguendo questi semplici consigli sarà possibile contrastare e addirittura prevenire la diffusione di questa patologia, purtroppo sempre più diffusa nelle nuove generazioni, soprattutto in età scolare.

 

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Racconti e poesie

"Natale in Afghanistan"

di Antonella Iacoponi

(I Premio, Concorso Letterario Internazionale “Giovanni Gronchi”, 2013)

 

Kamp Arena, Herat, 24 dicembre 2011

Stasera tutte le stelle brillano in cielo,
nell’angar sorge un piccolo altare,
ed una mangiatoia di telo

mimetico: un presepe da inventare,
in questo paese lontano,
con pezzi di elicottero militare,

e terracotte fatte a mano;
sorridono i bambini afgani,
ospiti al nostro cenone italiano,

insieme a soldati spagnoli, e americani,
un ufficiale compie numeri di magia,
un altro visita i piccoli afgani,

ogni visetto è una poesia,
ed il pensiero corre a te, a nostra figlia,
il cielo si tinge di malinconia,

quanto mi manca la nostra famiglia!
E questi piccoli? Qual è il loro destino?
Si impiglia una lacrima, tra le ciglia,

accarezzo il volto di un bambino,
vorrei aiutarli, tutti quanti!
Si innalza la melodia di un violino,

state ascoltando anche voi i canti
natalizi? Ecco Astro del ciel in spagnolo…
Vi sento vicine, in  magici istanti,

Chiedo al Banbin Gesù, di portarvi in volo
Gioia, speranza, e tutto il mio amore,
prego affinchè su questo suolo

Scenda la pace del Signore.

 

 

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"L'attesa"

di Augusta Tomassini

Comunico che la scrittrice Augusta Tomassini in occasione dell'uscita del suo nuovo libro di poesie che ha presentato su queste pagine nel numero precedente e che si intitola,VOLO DELL'ANIMA,ha voluto gentilmente regalarci una poesia.
La poesia che riportiamo qui di seguito e tratta proprio dal suo ultimo lavoro letterario e si intitola L'attesa.
___

L’ATTESA…

Vorrei fosse già domani…
Un giorno in meno
per l’attesa!
Attesa di mesi, giorni,
fra poco ore e minuti.
Sai cos’è?
è il tempo che mi separa da te.

L’attesa è
il desiderio di stringerti le mani
e dirti che esiste un domani.
Il tempo vola,
così veloce
e fa sì che l’attesa tace…
E’ il silenzio dell’attesa
che parla,
urla, si fa sentire
sembra che mai debba finire.

Nel cuore c’è frenesia.
Così è l’attesa…
Un sogno
che io vivo già
e che domani sarà realtà.

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"Mael"

di Patrizia Carlotti

Che incantesimo misterioso l'amore...
Cupido osserva dall'alto gli uomini
scocca le sue frecce colpisce il cuore innamorandolo...
Quel giorno l'angelo sdraiato sulla sua nuvola
vide passare una meravigliosa principessa
splendida creatura, acerbo frutto profumato
si accese il grande riflettore su di lei...era il suo momento!

Percorse la scala cromatica la principessa
ascoltando melodie cantate e suonate...

l'usignolo la incatenò a sé e lei incantata si lasciò trasportare dal suo amore
il calore e la potenza narrata in tutte le tonalità
dapprima pianissimo poi fortissimo scosse piacevolmente il cuore di Mael.
Ancora oggi Mael e il suo usignolo camminano su quella scala
componendo assieme opere ogni giorno più belle e importanti.
Oggi Cupido è triste...
non capisce perché le sue frecce non siano più così' potenti, hanno perduto la magia...
Il dilemma dell’angelo è riporre l'arco o chiedere a Eros d'intervenire sul cuore degli umani che non sanno più amare.

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Raccconti e poesie

"Palla al centro"

di Giuseppe Costantino Budetta

In estate, giocavamo a pallone sulle aiuole davanti agli edifici INA-CASA di Napoli est. La scuola era finita e liberi dai compiti, potevamo giocare a pallone dalla mattina alla sera con l’unica interruzione del pranzo a mezzogiorno, quando le nostre madri ci chiamavano dai balconi. A furia di giocare, l’erba del prato era scomparsa, lasciando il posto alla polvere che si attaccava alle nostre magliette sudate. Coi passi, contavamo quanti metri dovesse essere larga ogni porta che per paletti aveva una bassa pila di pietre tufacee. Allestite le porte, nessuno si abbassava a fare il portiere. Di solito, erano i più piccoli ad essere piazzati in porta, oppuredisposti a cerchio, si faceva il tocco. Si passava al conteggio: uno, due, tre…L’ultimo ad essere toccato restava per il primo tempo in porta. Nel secondo tempo, subentrava un altro, o restava lo stesso con la promessa che nella prossima partita avrebbe giocato all’attacco.
   Tutti volevano fare il centravanti di sfondamento, od in alternativa l’ala destra come Garrincha del Brasile. L’ala sinistra era meno ambita fino a che non cominciarono ad apparire in tivù grossi bomber che dalla sinistra del campo facevano favolosi gol, come Gigi Riva. Negli anni Settanta, eravamo più grandi e giocavamo in un vero campo sportivo, con le linee a bordo campo, quelle per l’off side, gli angoli per il corner e la chiazza rotonda per i rigori. Agli estremi, c’erano vere porte con le reti. Giocavamo nel campo sportivo dietro la vicina chiesa, partecipando ai tornei rionali con la coppa placcata d’oro per la squadra vincente. C’era un arbitro col fischietto, oltre ai due portieri titolari con la divisa nera ed il numero uno, stampato sulla schiena. C’era la foto dell’intera squadra prima del fischietto d’inizio e quelle scattate in azione, durante la partita. A volte, c’era uno sparuto pubblico o un gruppo di ammiratrici a bordo campo.
    Invece negli anni Sessanta, eravamo alunni delle medie. Giocavamo nelle aiuole davanti al palazzo e nessuno voleva stare in porta. Difficile era anche affidare a qualcuno il ruolo dei terzini. Ognuno era convinto di essere un centravanti di sfondamento come in una squadra di serie A. Pensavamo a Sivori, Pelé do Nascimento, Mazzola (che spesso faceva la mezz’ala destra), Eusebio, Luis Vinicio, o uno più alla portata come Traspedini…Volevamo essere come loro: dei veri centravanti di sfondamento. Chi aveva la palla al piede non la passava e se l’azione sfumava, i compagni di squadra gli gridavano ch’era troppo individualista ed avrebbero fatto anche loro così, non passandogli più il pallone.

    Angelino abitava al terzo piano, scala B ed aveva il pallone di proprietà. Se non lo vedevamo scendere in cortile, andavamo a bussare a casa sua. Rispondeva al citofono una voce femminile: “Chi è?”
A gara, impetravamo: “Può scendere per favore Angelino?”
Spesso, era la sorellina a troncare le querule richieste con un secco no. Di conseguenza, gridavamo da giù: “Angelinooo, scendi. Porta il pallone…”

   Accadeva che si facesse la questua per il pallone che correvamo ad acquistare alla merceria di don Michele, nel vicino Rione Santa Rosa. Erano palloni color arancione e costavano sulle 50 lire. Se si bucavano su una scaglia di vetro, si potevano gonfiare con la siringa, occludendo la bucatura col mastice: la colla filanteper le gomme delle bici. 
   Giocando tutti nel ruolo di centravanti, accadevano le ammucchiate presso una delle due porte, come nel rugby. Il pallone rimbalzava qua e là tra la selva delle scarpe scalcagnate. All’improvviso, qualcuno riusciva a sferrare contro la porta avversaria il tiro risolutivo che quasi mai il portiere parava. Esplodeva il grido trionfante: GOL! Nell’accanita baruffa, non si capiva chi fosse stato l’autore del tiro. Qualcuno chiedeva: “Chi ha segnato?”
L’autore del gol levava le mani al cielo, dicendo con orgoglio: “Io… Io ho segnato.”
Qualcuno contestava: “E’ stato autogol…”
Un altro tagliava corto: “E’ gol lo stesso.”
Uno portava il conteggio e gridava: “Due a zero. Palla a centro.”
   Qualcun altro cercava di contestare il gol perché in fuorigioco ed allora quello che aveva segnato di forza s’impadroniva del pallone, minacciando di sospendere la partita.  
   Per la squadra perdente, la colpa rimbalzava sul portiere, rimasto impalato come un babbeo e senza tuffarsi nella polvere, intercettando a volo il tiro. Qualcuno gridava stronzo al compagno di squadra perché non manteneva le marcature strette. L’altro si riteneva un incompreso e rispondeva: “Stronzo sei tu.”
   Ci si spintonava, mentre la squadra che stava vincendo se la rideva e faceva sberleffi. I perdenti si convincevano a mettere la palla al centro col desiderio della riscossa, mentre l’altra squadra si disponeva alla difesa, ma attenta al contrattacco. Le ali e le mezz’ali ansimavano, piegate con le mani sulle ginocchia, aspettando d’intercettare i passaggi di palla. Si disponevano le marcature strette che poco dopo nessuno rispettava. Ripreso il gioco, cominciavano i passaggi veloci, fino a portarsi davanti ad una delle due porte. Avveniva una nuova baruffa di cosce e gambe impolverate. Il pallone gironzolante frenetico tra le scarpette dei molti centravanti di sfondamento. Dal CHAOS, usciva il tiro in porta, imparabile, secondo il portiere. Seguiva il grido trionfante:
 “Gol. Tre a zero. Palla a centro.”
   I perdenti sbottavano: “Figli di zoccola.”
  Correvano le parolacce contro le schiappe per aver fatto segnare agli avversari il terzo gol. Il povero portiere non ne poteva più. Tre gol subiti erano troppi. Mandava affanculo i suoi ed abbandonava il polveroso campo.    

 

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Riflessioni e critiche

"Inno ai nonni"

di Michele Di Monaco

I nonni e le nonne, per i propri figli e tutti i nipoti, sono per lo stato italiano, degli ammortizzatori sociali!
Faccio un esempio che vale per tutti i nonni: io e mia moglie Anna siamo nonni e genitori. Se mia figlia, madre di una bambina e che ringraziando Dio ha un lavoro,  se non avesse avuto noi nonni, con quello che guadagna…  non avrebbe potuto permettersi neanche una baby sitter!
Dico questo per ricordare a chi ci governa, che i nonni non sono  soltanto quelli che raggiunta una certa età, riempiono case di cura, ospizi, letti di ospedali, oppure  si fanno assistere, nelle proprie case, dalle preziose badanti.
 Anche se il popolo italiano invecchia sempre di più,  ci sono tantissimi nonni, che messi tutti insieme,  potrebbero formare un esercito  così numeroso da far tremare Roma   e gridare a tutti i politici, ad alta voce, vergognaaaaaa!
Invece i nonni, nonostante la rabbia che hanno dentro, non sono così cattivi, anche se lo stato continua a tagliare le pensioni, ad aumentare i ticket sui farmaci e a farci pagare anche l’aria che respiriamo.
Invece i nonni sono un esercito di persone che non solo aiutano i figli e nipoti economicamente ma danno a loro anche un’assistenza continua,   grazie alla  loro voglia di fare e di non arrendersi mai.
Fanno di tutto, sono super impegnati nel mondo del sociale, aiutono altri anziani che sono meno fortunati di loro e con patologie gravi. Li vediamo fuori dalle scuole di tutta Italia per far attraversare la strada in sicurezza ai bambini che escono dalle scuole. Altri tengono la manutenzione di giardini pubblici e  aiuole che si trovano in numerose città e comuni d’Italia. Tutto questo sempre sotto forma di volontariato e senza prendere un centesimo.
Ecco, questi sono i nonni che non invecchiono mai, ricordiamoci che i nonni sono come il vino, più invecchia, più è forte è buono!

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"Rapporto tra animale e uomo"

di Rosario Cosimo

Qualche anno  fà,forse a causa della meno accentuata urbanizzazione, il contatto, non necessariamentefisico, fra l’uomo e gli animali, in particolare con quelli domestici e da cortile era una cosa naturale, frequente e spontanea, e agli animali stessi non veniva attribuita  la dignità di esseri viventi.
Oggi, invece, le occasioni di contatto sembrano molto più sporadiche, ma nello stesso tempo, l’uomo sta acquisendo la coscienza di non essere la sola creatura capace di provare sentimenti.
Ecco allora che viene a crearsi la possibilità di un contatto con l’animale domestico sì spontaneo ma improntato su un rapporto da pari a pari, cioè fra un essere vivente e l’altro, degno anch’esso di attenzioni affettive.
Si stabilisce, in poche parole, quello che noi siamo portati a definire “relazione”.

Si è detto che oggi le opportunità di un contatto diretto con gli animali domestici sono molto più ridotte rispetto al passato, quali sono le possibili cause?
La forte urbanizzazione, in seguito all’abbandono delle campagne per le città, la conseguente elevata pressione antropica e le attività quotidiane sempre più frenetiche, non lasciano tempo ai rapporti fra persone, e quindi, fra animali della stessa specie, figuriamoci a quelli con animali di specie diverse...
Tutto ciò ha reso difficile ma non impossibile questo rapporto che, comunque, “prosegue”, se non all’aperto della natura, ma prosegue al chiuso delle abitazioni infatti non è difficile trovare condomini che posseggono uno o anche più animali da compagnia, da quelli più classici a quelli esotici … Insomma, si avverte, anche nell’epoca dell’alta tecnologia e della cementificazione più selvaggia, il bisogno di tornare alla natura, un bisogno che prima non era avvertito come tale (visto che il contatto con gli animali era continuo) e che oggi, senz’altro, si arricchisce di questo più o meno mutato atteggiamento dell’uomo verso gli altri animali che vede non più come altro da sé, ma come attendibili e fidati interlocutori, a volte quasi come delle persone.

Comunemente, si dice che gli animali che entrano in casa sono nuovi membri della famiglia, e non c’è da sorprendersi,non a caso alcuni adulti li considerano come figli, alcuni ragazzi e bambini come loro fratelli; gli si dà un nome, a volte anche un nome di persona. Soprattutto quelli più comuni, come il cane e il gatto, spesso vengono considerati e trattati come dei bambini (anche quando sono in età più avanzata), perché, all’atto pratico, lo sono, visto che si sentono completamente affidati al loro padrone, dal quale dipendono per il cibo, il riparo e le cure in genere.
Ciò e normale  che avvenga  quando essi sono cuccioli, momento in cui presentano, proprio come i cuccioli umani, quei caratteri infantili che bloccano l’aggressività e suscitano amore ed emozione.
Gli animali sono stati considerati sotto punti di vista diversi a seconda delle varie epoche, anticamente, come tramite con la divinità e/o l’ambiente, e quindi anche come interpreti di una realtà invisibile e del futuro.
Aristotele attribuisce loro un’anima (da cui, appunto, il termine “animale”) di livello intermedio, fra quella vegetativa delle piante e quella razionale dell’uomo. Cartesio li considera “macchine”, influenzando a tal senso le prime fasi della dimensione scientifica (XIX secolo.), della quale fa, però, parte anche la rivoluzione attuata dal Premio Nobel Konrad Lorenz – padre dell’Etologia –­­ che ha portato a quello che è stato felicemente definito comel’Animale Culturale, cioè inventore e portatore di una cultura.
La cultura è un fenomeno non solamente umano, poiché varie specie animali si trasmettono informazioni e soprattutto comportamenti: esemplare è il caso dell’imprinting, ove s’intrecciano istinto e trasmissione culturale.
Il riconoscimento dell’esistenza di culture animali porta, a sua volta, a riconoscere che ognuno di essi è diverso da tutti gli altri e, quindi, da ritenersi persona, la qual cosa, almeno per quanto riguarda gli animali d’affezione (che sono meglio noti al grande pubblico), rivoluziona e colma la concezione tradizionale di un animale abissalmente distante dall’uomo, soprattutto da un punto di vista psichico.

Nasce a tal senso un filone di studi bioetici specificamente orientato verso il miglioramento del benessere degli animali, miglioramento che deve avvenire proprio in virtù di questo nuovo approccio con loro, approccio alla luce del quale gli studi zooantropologici hanno consentito notevoli approfondimenti.
La Zooantropologia è la scienza che studia il rapporto fra uomini e animali e fra le loro rispettive culture. Cardine di questa scienza è la referenza animale, un concetto complesso che descrive la plusvalenza generata dall’animale nell’interazione animale-uomo, a beneficio di entrambi, superando così la pura strumentalizzazione dell’animale come oggetto.

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Satira

"Per sorridere un p˛"

di Giuseppe Lurgio

Lettori e lettrici rieccomi ancora una volta a proporvi la oramai consueta rubrica dedicata al buon umore!
basta leggere la sottostante selezione di barzellette e sicuramente scaturirà in voi l'allegria!
E allora,buona lettura e buon divertimento!

1) Un uomo entra in una farmacia e chiede un pacchetto di preservativi. Subito dopo aver pagato inizia a ridere ed esce fuori. Il giorno seguente succede la stessa cosa, con l'uomo che esce ridendo piegato a mezzo. Il farmacista pensa che sia pazzo e chiede al suo assistente che lo segua la prossima volta che torna. Difatti, il giorno dopo entra il tizio in farmacia, chiede i preservativi e, dopo averli pagati, esce ridendo. L'assistente e' pronto a seguirlo ed esce subito dopo il tizio. Una mezz'oretta dopo torna in farmacia. "L'hai seguito?". "Si', l'ho fatto". "E... dove andava?". "A casa sua dottore!".

2) Lei: "Hai visto, tu che ti lamenti tanto che sto troppo al telefono? Ci ho messo solo 10 minuti". Lui: "Bene! E chi era?". Lei: "Mah, uno che aveva sbagliato numero!"!

3) I carabinieri fermano una bionda a bordo di una macchina,uno chiede i documenti.
La bionda non capisce la parola documento,
allora il carabiniere spiega che e' qualcosa che la identifica.
Aquesto punto la bionda svuota la borsa sul sedile,prende lo specchietto,si vede riflessa e lo porge candidamente al carabiniere dicendo: va bene questa?

Il carabiniere dopo averlo attentamente osservato e vedendosi riflesso esclama: Me lo poteva dire subito che e' una nostra collega!

4) Un barista del centro sta chiudendo la serranda del suo negozio a fine serata.
Alle sue spalle arriva un signore che gli dice: - Buonasera... Guardia di Finanza. Le dispiacerebbe riaprire il negozio che devo fare un accertamento?

Appena entrati in negozio il finto finanziere tira fuori una pistola e fa: - Mani in alto... questa è una rapina!
Il barista allora rasserenato tira un sospiro di sollievo, gli mette una mano sulla spalla e  fa:  - Cavolo... e dimmelo prima! M'avevi messo una paura!

5) In una casa di giovani sposi, il bambino sta piangendo da diverso tempo nel cuore della notte. La moglie alzandosi dal letto: "Caro, il bambino non smette di piangere, lo vado a cambiare...
". Il marito si rigira dall'altra parte e mettendosi il cuscino sopra la testa dice: "Ecco brava, ma stavolta scegline uno che non rompa cosi' tanto!".

6) "Signor vigile, signor vigile!" grida un bambino ad una guardia "Venga subito! Mio papa' sta prendendosi a botte con un estraneo!". L'uomo arriva sul posto e trova due persone che si stanno picchiando selvaggiamente. "Beh, piccolo, quale dei due e' tuo padre?". "Non lo so! E' proprio per questo che si stanno picchiando!"

7) Un tizio, alto e muscoloso, entra in un bar e dice ad alta voce:
- C'è qualcuno più forte di me in questo bar?
Si alza un "armadio".
- Sì, io sono più forte di te,e allora?
Il tizio, a voce bassa, umilmente dice:
- Mi darebbe una mano a spingere la mia auto che non vuol partire?

8) Un uomo in viaggio d'affari si reca in uno dei piu' lussuosi alberghi della citta'. La sera, al bar, attacca discorso con una splendida ragazza e, in breve, decide di portarsela a letto. Prima di salire in camera fa registrare la ragazza come sua moglie. Il giorno dopo, dovendo ripartire, chiede il conto e, con enorme sorpresa, vede che ammonta ad oltre 10 milioni. "Guardi che ci deve essere un errore - dice al portiere - Io sono stato qui soltanto una notte!". "Lei si'. - risponde il portiere - Ma la sua signora viene qui da un mese!"

9) Un carabiniere sta facendo una crociera su una nave, quando questa urta uno scoglio e incomincia a inabissarsi. E' disperato, ma per fortuna un marinaio lo prende sotto la sua custodia e gli dice: "Vieni con me e e fai come faccio io". Il marinaio prende un'ascia e con pochi colpi decisi recide le funi di una barca di salvataggio. Allora anche il carabiniere prende un'ascia e comincia a dare dei gran colpi sulla barca facendola a pezzi. Il marinaio, inorridito, gli chiede: "Ma che fai?". E il carabiniere: "Ti aiuto a fare la zattera!".

10) Il passeggero a bordo di un taxi richiama il conducente toccandogli la spalla. Questi lancia un urlo atroce, perde il controllo della vettura, manca di poco un pullman, sbatte contro un marciapiede e si ferma a pochi centimetri da una vetrina. Dopo un paio di secondi di silenzio il passeggero si scusa con imbarazzo: "Mi spiace, non immaginavo che si sarebbe spaventato così, semplicemente toccandole una spalla.....". E il tassista replica: "No, sono io che mi devo scusare; vede oggi è il mio primo giorno di lavoro come tassista..... negli ultimi 25 anni ho sempre guidato un carro funebre!!"

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