Giovani del 2000

Informazione per i giovani del III millennio    numero 13    Giugno 2004

 

Direttore  Prof. Carlo Monti

Vice Direttore  Maurizio Martini

Redattori  Alessio Lenzi, Mario Lorenzini

 

Redazione

Via Francesco Ferrucci 15

51100 - PISTOIA

Tel.  057322016

e-mail: redazione@gio2000.it

Sito internet: www.gio2000.it

Tipologia: notiziario

 

Pubblicazione registrata presso il Tribunale di Firenze al n. 4197 del 26.06.2000

 

Gli articoli contenuti nel  periodico non rappresentano il pensiero ufficiale della redazione, ma esclusivamente   quello del singolo articolista.

 

ELENCO RUBRICHE

 

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Riflessioni e critiche

 

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Sport

 

 

In questo numero:

 

Editoriale - Di Mario Lorenzini

CULTURA

Piccoli appunti di Spagnolo - Di Maria Garcia

ESOTERISMO, RELIGIONI E DINTORNI

Le radici cristiane della nostra civiltà - Di Antonino Cucinotta

 

Origine e cultura dell'anima nella dottrina cristiana - Di Andrea Vaccaro

 

Riflessione - Di Elena Aldrighetti

HOBBY E TEMPO LIBERO

Potatura della vite - Di Angelo Ricci

INFORMATICA

Outlook Express (lezione 9) - Di Paola Vagata

 

Superx: un programma veramente utile - Di Alessio Lenzi

MUSICA

San Remo 2004, una rivoluzione od un flop? - Di Vainer Broccoli

NORMALITA' E HANDICAP

Una legge per l'handicap - Di Luigi Palmieri e Natale Todaro

 

La parità tra le file - Di Mario Lorenzini

RACCONTI E POESIA

Cara Mamma... - Di Lia Simoni

 

Ruvido saio (quarta e ultima parte) - Di Simona Convenga

RIFLESSIONI E CRITICHE

2001 Odissea nell'ospizio - Di Corrado Malanga

 

"Non ci avrei mai creduto!" - Tratto dalla rivista tedesca "Vegetarisch genieben"

 

Presidente o burattino? - Di Maurizio Martini

 

La vela, una piacevole realtà - Di Aries Dominghini

SPORT

Voci senza tempo: ricordo di Enrico Ameri - Di Massimiliano Matteoni e Stefano Chini

 

 

 

Editoriale

 

Di Mario Lorenzini

 

Ecco altre piccole migliorie che stiamo apportando alla nostra rivista: in sintesi, un  aspetto tipografico più gradevole per il cartaceo, una registrazione audio con lettori di qualità e, infine, un sito internet più completo.

Non entrerò volutamente nei dettagli, li scoprirete da soli, man mano.

Anche gli Europei stanno proseguendo, ma noi non ci saremo più, dopo l’incontro con la Bulgaria (che poteva finire un po’ meglio, perlomeno come numero di reti azzurre!), che ha decretato la nostra eliminazione. Certo i Mondiali sono ben più sentiti, ma anche questa sarebbe stata l’ennesima occasione della valenza dell’orgoglio italiano; e che prove di questo sentimento anche in campo politico; voglio dire, pensiamo a Berlusconi al fianco di Bush: l’Italia rappresentata dal nostro grande Premier (anche qui abbiamo assunto un altro termine straniero...Primo Ministro era così bello), ma è proprio giusto essere orgogliosi di stare con una super-potenza come gli Stati Uniti? Pare di sì, gli U.S.A. sono, nell’ideale collettivo, il massimo auspicabile. Qui il potere militare gioca un ruolo prevalente, dovremo sostituire potenza con forza, di imposizione, ma tanto i buoni possono farlo. Anche se chi decide di essere buono o cattivo chi è? Mah. Mi affiorano allla mente pensieri di giustizia ed equità come la sicurezza internazionale, sostenuta da questa “prima donna”, ovvero prima potenza mondiale. Ma il dubbio, poi, la domanda? Perché è proprio necessario che ci sia qualcuno più forte di un altro? Alla base di tutto questo, la risposta è, forse, che quella parte di irrazionalità che alberga in noi, quella bestia brutale e incontrollata, quel Mr. Hyde sempre più prepotente, spesso viene alla ribalta, vuoi per mancanza di cultura o semplice ignoranza sociale, o peggio, ingordigia di dominazione su altri popoli. Se Molti uomini a questo mondo fosse molto meno animali, e più esseri saggiamente pensanti, magari non ci sarebbe bisogno di una nazione più forte delle altre che ci coprisse le spalle, forse non avremmo nemmeno pensato all’inutilità di costituire un organismo del genere. Ma il mondo reale è questo qua, che vogliamo farci? Diciamo quel tanto che basta per stare un po’ al di fuori di questi fatti negativi, magari facendo quel che ci piace. E se poco poco vi piace leggere, qualcosa di interessante dovreste trovarlo anche voi.

Buona lettura. 

 

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CULTURA

Piccoli appunti di Spagnolo

Di Maria Garcia

Pronuncia:

Ecco la pronuncia di tutte le lettere dell’alfabeto spagnolo:

A: A

B: B

C: Come la th di three in inglese

D: D

E: E

F: F

G: Con a: GA. Con ge Gi è un suono come la Ch tedesca. Go: Go Gue Gui: Ghe Ghi  Gu: Gu.

H: ê muta, come in italiano.

I: I

J: Anche questa come la Ch tedesca (è lo stesso suono che Ge Gi).

K: K (non si usa quasi mai) tranne che  per parole come kilómetro (km) kilogrammo, kiosco (edicola)  e poche altre parole.

L: L

Ll: Gia ge gi gio giu.

M: M

N: N

Ñ: Gn.

O: O

P: P

Qu: Que qui: che chi. Quo: co (ora non mi viene in mente nessuna parola, forse non c’è nessuna con quo).

R S T U: R S T U

V: Come la B, da noi non cè differenza fra queste due lettere.

W: W.

X: X

Y: Come la Ll.

Z: Come la Th di Three in inglese (cioè come Ce Ci).

 

Attenzione: Da noi non c’è la s che voi avete fra vocali esempio Rosa, cosa, e non ci sono due S, c’è solo una S che si pronuncia come da voi la S che cè fra consonante e vocale. Esempio: Ansia, da noi questa è l’unica S che c’è. In spagnolo non ci sono mai consonanti doppie come accade in italiano.

 

PRONOMI PERSONALI, VERBI AUSILIARI E LE TRE CONIUGAZIONI.

 

I pronomi personali sono:

Yo, tú, él (lui), ella (lei), nosotros, vosotros, ellos.

Verbi ausiliari: Haber, ser y estar.

Attenzione, in spagnolo per fare tutti i tempi perfetti dei verbi, si usa il verbo haber (avere), mai essere come in italiano, in spagnolo, essere è l’ausiliare che si usa solo per fare il passivo. Allora per i tempi dei verbi è sempre haber, è lo stesso se c’è movimento o meno.

Verbo haber: Avere.

Yo he

Tú has

Él o ella ha

Nosotros habemos

Vosotros habéis.

Ellos han.

Attenzione: in spagnolo il verbo haber è sólo ausiliare, non si usa come in italiano per dire, ad es. Ho 23 anni, ho due sorelle… per tutto quello che non è una funzione ausiliare del verbo e che da voi si usa avere, da noi si usa un altro verbo: Tener. Ecco la coniugazione.

Yo tengo

Tu tienes

Él o ella tiene

Nosotros tenemos

Vosotros tenéis

Ellos tienen.

Così, diremo: Yo tengo dos hermanas (Ho due sorelle) tengo 23 años (ho 23 anni) ecc.

Il verbo haber, si usa anche come il vostro esserci, con la differenza che in spagnolo è invariabile (non ha plurale) e così, diremo: Hay una casa blanca (C’è una casa bianca) e hay dos casas blancas (ci sono due case bianche).

Verbo ausiliare ser. Come ausiliare si usa solo per fare il passivo, ma può venir anche usato come un verbo normale (come verbo copulativo, non so se in italiano si dica così) (come essere in italiano, ma qua bisogna far una differenza molto importante con estar, che da voi non c’è perché l’uso non è lo stesso che c’è da voi fra essere e stare)

Allora: in spagnolo si usa ser (parliamo sempre dell’uso come verbo normale e non come aussiliare) quando si fa riferimento ad una qualità innata e innerente alla persona. Io sono italiana, (io sono italiana), perché siete nate con la nazionalità italiana, è una cosa mia, che viene da sé e non si può cambiare (ovviamente si può CAMBIARE nazionalità ma….Non è la cosa più normale. Normale è non cambiarla. (sono nata con la condizione d’italiana). Soy alta (sono alta) ecc.

Invece estar si usa per fare riferimento ad una qualità che si possiede in un momento ma che poi cambia. Ej. Estoy triste (sono triste) ma poi fortunatamente passa e domani posso essere allegra (estar alegre) oggi estoy agobiada (sono stressata) ma domani passa e sono tranquillissima ….

Estar (come in italiano) si usa come ausiliare per fare il gerundio. Estoy comiendo (sto mangiando) ecc.

Coniugazione di ser.

Yo soy

Tú eres

Él o ella es

Nosotros somos

Vosotros sois

Ellos son.

Coniugazione di estar

Yo estoy

Tú estás

Él o ella está

Nosotros estamos

Vosotros estáis

Ellos están.

Verbi non ausiliari.

Come in italiano, anche in spagnolo ci sono tre coniugazioni.

La prima, è formata dai verbi finiti in Ar. es. Cantar (cantare), hablar (parlare), bailar (ballare) ecc.

La coniugazione si fa prendendo la radice del verbo (cioè togliendo la fine in Ar) e aggiungendo a questa radice le terminazioni: o, as a, amos áis an.

Così il verbo cantar al presente avrà la seguente coniugazione:

Yo canto

Tú cantas

Él o ella canta

nosotros cantamos

Vosotros cantáis

Ellos cantan

La seconda coniugazione, è formata dai verbi finiti in Er. Ad es. Comer (mangiare) beber (bere) ec.

La coniugazione si fa con la radice del verbo (cioè togli Er) e aggiungi le terminazioni: O es e, emos éis en.

Ad esempio, il verbo beber si coniuga così:

Yo bebo

Tú bebes

Él bebe

Nosotros bebemos

Vosotros bebéis

Ellos beben.

La terza coniugazione, è formata dai verbi finiti in Ir. Es. Escribir (scrivere), cumplir (compiere) ecc. Comunque di verbi regolari in questa coniugazioni ce ne sono pochi, perché la stragrande maggioranza sono abbastanza irregolari e quindi (per gli irregolari) occorre per forza impararli a memoria.

Ora facciamo la coniugazione di quelli regolari, come ad esempio escribir.

La regola per formarli è, prendere la radice del verbo (cioè escrib) e aggingere: o, es, e, imos, ís, iben.

Così, la coniugazione di escribir è:

Yo escribo

Tú escribes

Él escribe

Nosotros escribimos

Vosotros escribís

Ellos escriben.

Altri verbi importanti al presente: poder, querer iry venir.

Tutti e tre sono irregolari dunque credo la cosa migliore sia impararli così.

Coniugazione di poder (potere).

Yo puedo

Tú puedes

Él o ella puede

Nosotros podemos

Vosotros podéis

Ellos pueden

Coniugazione di querer (volere).

Yo quiero

Tú quieres

Él o ella quiere

Nosotros queremos

Vosotros queréis

Ellos quieren

Coniugazione di ir (andare) (attenzione perché è completamente irregolare).

Yo voy

Tú vas

Él o ella va

Nosotros vamos

Vosotros váis

Ellos van.

Coniugazione di venir (venire).

Yo vengo

Tú vienes

Él o ella viene

Nosotros venimos

Vosotros venís

Ellos vienen

Attenzione perché l’uso di ir y venir è diverso del vostro andare e venire.

Allora: quando tu dici voy, implica che tu (la persona che sta parlando) ti sposti da un posto in un altro, ma è completamente indipendente dal fatto che la persona a cui ti rivolgi sia quella verso la quale ti sposti. Ad es. Sei a casa e bussano alla porta. in italiano, dici: Vengo, perché la persona verso la quale ti stai spostando (la persona che ti sta aspettando invece in spagnolo risponderesti: Voy, perché l’unica cosa che conta è che ti stai spostando da un posto in un altro.

Nello stesso modo, se io decido di farmi un viaggio in Italia, direi che vado in italia (perché io mi sposto dalla Spagna in Italia) indipendentemente che tu mi stia aspettando in italia.

Insomma, ir ha esprime il senso di spostamento della persona che parla da un posto in un altro, invece venire è il movimento contrario, implica che la persona che parla, è arrivata nel posto dal quale sta parlando (è arivata) precedendtemente da un altro posto, e perciò lei viene da quel posto.

 

LE PRIME FRASI

 

Mi nombre es María (il mio nome è María).

Mis apellidos son García Garmendia (i miei cognomi –in Spagna ogni persona ne ha due, il primo è quello del padre e il secondo quello della madre- sono García Garmendia)

 Però, come in italiano, in spagnolo di solito non si usa questa frase ma: Me llamo María García Garmendia (mi chiamo María García Garmendia).

Tengo 23 años (ho 23 anni).

Vivo en la calle Reina Victoria número 1: Abito in via Regina Vittoria numero 1.

Attenzione: In spagnolo esiste anche il verbo habitar, ma non si usa quasi mai, la cosa più comune in questo senso, è usare Vivir.

Las partes del día (le parti del giorno).

La mañana (la mattina dura fino a mezzogiorno).

Mediodía (mezzogiorno).

La tarde (da mezzoggiorno fino alle otto o le nove di sera, quindi include il pomeriggio e parte della sera).

La noche (dalle otto o nove di sera fino a mezzanotte).

Medianoche (mezzanotte).

La madrugada (da mezzanotte fino all’alba). Nel linguaggio colloquiale  a volte anziché madrugada si dice la mañana (matina,come in italiano) ma  ma non è del tutto corretto, la parola corretta è madrugada.

Attenzione:

1. In spagnolo al contrario di quanto succede in italiano, non ci sono differenze fra mattina e mattinata, sera e serata, c’è solo la mañana y la tarde.

2. In spagnolo, al contrario dell’italiano, non c’è una parola per fare riferimento al pomeriggio, si passa direttamente del mediodía a la tarde.

3. I concetti italiani di sera e notte sono molto diversi da quelli spagnoli. Infatti in spagnolo la tarde (la sera) finisce alle otto o le nove di sera, e da quel momento fino a mezzanotte usiamo la parola noche (notte), quindi l’impiego di tarde e di noche (sera e notte) è completamente indipendete del fatto che uno vada in quel momento a dormire o meno. Cioè, dalle nove di sera, diremo Buenas noches, anche se resteremo alzati fino a mezzanotte.

Buenos días: Buongiorno.

Buenas tardes: Buonasera (ma come abbiamo visto questa frase si debe usare da mezzogiorno in poi, quindi anche nelle ore del pomeriggio italiano).

Buenas noches Buonanotte.

Buen día (buona giornata. E’ vero che in spagnolo esiste la parola jornada, che assomiglierebbe di più alla parola giornata italiana ma oggi non la usa più nessuno.

Los días de la semana (i giorni della settimana)

Lunes: Lunedì

Martes: Martedì.

Miércoles: Mercoledì

Jueves: Giovedì

Viernes: Venerdì

Sábado: Sabato

Domingo: Domenica.

Los meses del año (i mesi dell’anno).

Enero: Gennaio

Febrero: Febbraio

Marzo: Marzo

Abril: Aprile

Mayo: Maggio

Junio: Giugno

Julio: Luglio

Agosto: Agosto

Septiembre: Settembre

Octubre: Ottobre

Noviembre: Novembre

Diciembre: dicembre.

 

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ESOTERISMO, RELIGIONI E DINTORNI

Le radici cristiane della nostra civiltà

Di Antonio cucinotta

 

La proposta di Costituzione preparata per L'Unione Europea dalla commissione presieduta dal francese Gìskar D’Estaing,ha sollevato una forte protesta della Chiesa cattolica. In essa non si fa alcun riferimento alle radici cristiane della nostra civiltà.

Penso che tale omissione abbia avuto l'intento di dare a tale Costituzione un carattere asettico, mantenerla, cioè, estranea a qualunque "credo religioso” onde non urtare la suscettibilità dei diversi credenti. Questa preoccupazione può anche essere giusta e fondata, ma poiché il fondamento cristiano della nostra civiltà non è una opinione, ma un fatto storico di estrema evidenza che credenti o miscredenti, agnostici o atei non possono non riconoscere, ritengo che gli Estensori della proposta in questione avrebbero potuto almeno accennare a tale realtà storica, senza con ciò togliere alla Costituzione la sua asetticità. Quindi, pur prescindendo dal carattere strettamente religioso del Cristianesimo, nel suo svolgimento storico, mi pare che non si possa negare il carattere Cristiano dei Valori comuni ai popoli europei. Sono i Valori del Cristianesimo più genuino del Vangelo, spogliato da interpretazìoni di carattere dottrinario che, sul piano morale, sociale e politico, sono stati sostenuti e sanciti , fra l'altro anche nel tempo dalle rivoluzioni Americana e Francese e da dottrine  che, pur nella loro diversità ideologica e filosofica, pongono Cristianamente al centro "l'Uomo", inteso come "persona" e, come tale, degno di rispetto. E' questo un concetto basilare che ritroviamo nella dottrina evangelica dove sono affermati principi etico-filosofici che non ritroviamo neanche nella filosofia greca che pure ci ofre pensieri di grande spessore spirituale.

Ma una comunità, per sussistere stabile e solida, si,deve fondare su "qualcosa" che accomuni tutti i membri che la compongono. Deve, cioè, avere una comune concezione di vita, comuni ideali, affinità letterarie, artìstìche e religiose. Con riferimento alla recente proposta di Costituzione dell’Unìone Europea, ritengo che questo "qualcosa" che ha riguardato attraverso i secoli i vari popoli che oggi costituiscono tale Unione, possa trovarsi, oltre che nel diritto romano che ancora oggi è alla base delle varie dottrine giurisprudenziali, nella tradizione Cristiana che in modi diversi ha permeato attraverso i secoli la storia dei popoli europei, Il Cristianesimo è stato certamente una forza dirompente non solo sul piano strettamente religioso con l'affermazione della fede in Dio e in una vita ultraterrena, ma anche sul piano pratico con l'affèrmazione di principi umani, morali, sociali e politici allora sconosciuti.

E' vero che, i grandi filosofi greci avevano affermato principi di alto livello spirituale, ma le loro sublimi virtù erano di natura puramente intelleltualistica, patrimonio esclusivo dei pochi che possedevano la sapienza, considerata base di tutte le virtù. Il Cristianesimo, invece, introduce un concetto nuovo dell'"Uomo" inteso come "persona" e, come tale, dotato di volontà libera e considerato quindi artefice del proprio destino. Tutti gli uomini sono liberi e non soltanto i sapienti, chiusi nel loro orgoglio intellettuale ed estranei alle masse ignoranti. Il Cristianesimo, invece, da voce agli ignoranti, ai poveri, ai derelitti, proclama l'Uguaglianza di tutti gli uomini davanti a Dio e per conseguenza, anche di fronte alle leggi umane; ci richiama ad amare il prossimo come noi stessi, a non odiare e a perdonare anche i nostri nemici, alla solidarietà alla comprensione dei bisognosi, al dovere di aiutare il Prossimo senza distinzione con animo sereno, con spontaneità, mortificando l'egoismo che spesso ci domina; ha proclamato il valore della carità Cristiana che non offende nessuno e che non degrada poiché è amore verso chi soffre. Con la carità, ha proclamato anche l'umiltà, virtù difficile a praticarsi, che non è debolezza ma forza capace dì mortificare i superbi, gli arroganti, i prepotenti. La tolleranza è un'altra virtù cristiana che predispone le persone alla comprensione, all'accettazione, alla conciliazione e alla convivenza pacifica. Questi valori a carattere universale per secoli rimasero disattesi sul piano pratico e gli uomini delle classi sociali inferiori, furono considerati sudditi e non cittadini, sottomessi a leggi applicate, con inìqua discriminazione, solo nei loro confronti. Ma il seme non si è inaridito e i princìpi affermati dal Cristianesimo evangelico, lievitarono nel tempo e furono accolti e sostenuti anche dal pensiero letterario-filosofico moderno. I Pensatori, seppure non tutti credenti come, ad esempio, gli illuministi, hanno comunque lottato per l’affermazione della libertà dell'uomo, per l'uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, per la tolleranza e l'impegno a rendere questo mondo imperfètto, perfettibile se anteponiamo il bene al male l'altruismo all'egoismo, l'essere all'avere, l'amore all'odio. Lo stesso Immanuel Kant con riferimento alla seconda formula del suo imperativo categorico, s'ispira certamente al precetto squisitamente Cristiano "Ama il prossimo tuo come te stesso". In tempi a noi più vicini, ritengo che anche il socialismo Umanitario con i suoi ideali dì libertà, di giustìzia e dì fratellanza sebbene non fondato su basi religiose, possa considerarsi permeato di ideali Cristiani, come pure sono  pregnanti gli influssi evangelici nei pensatori di ispirazione Cristiana che, come Jacques Maritain, sostengono la centralità dell' "Uomo", inteso come Persona, inserito in una società lìbera e democraticamente pluralistica. Lo stesso Benedetto Croce, certamente non credente, con riferimento a tutta la nostra cultura, soffusa di spirito religioso, sostiene che non possiamo non considerarci Cristiani. Non c'è, quindi, dubbio che le nostre moderne democrazie e le relative Costituzioni si fondino su questi valori cristiani ed è certamente vero che la nostra civiltà affondi le sue radici nel Cristianesimo più genuino, per cui come ho già detto non ci sarebbe nessuno strappo alla laicità della Nuova Costituzione Europea facendo cenno a questo dato storico incontestabile.

 

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Origine e natura dell'anima nella dottrina cristiana

Di Andrea Vaccaro

 

Il concetto di "anima" della dottrina cristiana si origina da un non pacifico incontro tra il concetto ebraico di "nefes" e il concetto greco di "psiche". Il significato che il termine "anima" assume all'interno del pensiero cristiano deve

qualcosa ad entrambe, ma non equivale precisamente a nessuno dei due. Il fatto

che, però, sia nefes, sia psiche siano stati tradotti in latino e, di qui, in italiano con "anima" ha causato una serie di fraintendimenti talora te-ogicamente gravi.

In primo luogo, dunque, una ricognizione semantica su nefes e su psiche.

 

a. Il significato di "nefes"

 

Per entrare nella logica della lingua ebraica, e soprattutto all'interno delle linee antro-pologiche semitiche, occorre innanzitutto rinunziare ad una delle categorie più invasive del pensiero occidentale, ovvero il dualismo anima-corpo. L'uomo non è, per il pensiero ebraico del Vecchio Testamento, la somma di due

componenti separate e di segno talvolta opposto, piuttosto un'assoluta unità.

Nefes, spiegano i teologi F. P. Fiorenza e J. B. Metz nel loro studio L'uomo come unità di corpo e di anima: <<ha originariamente il significato di "collo", "gola" e "cintola", che porta al significato traslato di "respiro" e "soffio vitale" e, da ultimo, di "vita". Ma il vocabolo non denota la vita in genere, bensì la vita

legata ad un corpo, oppure lo stesso individuo vivente. Per cui non si può dire che l'uomo "ha" nefes, ma ?.? è nefes>>.

Anche C. Westermann, nel Dizionario teologico dell'Antico Testamento, elenca come significato fondamentale concreto del vocabolo, sicuramente noto agli autori dell'Antico Testamento, il doppio binomio "alito-respiro" e "gola-fauci".

Rispettata la priorità del significato originario, l'attenzione deve rivolgersi verso il senso che la parola ricopriva nell'uso comune, ovvero il senso che "intenzionava" l'agiografo, lo scrittore del testo sacro. Per questa strada, partendo

dal significato di "gola" e passando attraverso l'anello di congiunzione rappresentato dal senso traslato di "respiro" come simbolo per "ciò che è vivo", si approda al significato principale di essere vivente. Così, in Genesi 2,7, l'uomo, dopo essere stato plasmato da Dio con polvere del suolo e dopo aver ricevuto un alito di vita, <<divenne un essere vivente (nefes)>>. L'uomo, in quanto essere vivente, è designabile anche come persona. Ecco, allora, che nefes viene tradotto con <<persona>> in molti luoghi dell'Antico Testamento, come, per esempio, in Genesi 46,18: <<Questi sono i figli di Zilpa, che Labano aveva dato alla figlia Lia; ella li partorì a Giacobbe: sono sedici persone (nefes)>> o in Numeri 5,6:

<<Ordina agli Israeliti: quando un uomo o una donna avrà fatto un torto a qualcuno, peccando contro il Signore, questa persona (nefes) si sarà resa colpevole>>.

Sostiene il teologo A. Gelin, nel testo ormai classico L'homme selon la Bible:

<<La nefes è il dinamismo stesso dell'essere vivente. E' l'essere vivente stesso, la persona>>, richiamando a conferma, tra le altre, l'immagine di Abramo che, in

procinto di incamminarsi verso il paese di Canaan, prese con sé la moglie, il nipote e i beni e le persone (nefes) che si era procurato in Carran (Genesi 12,5).

Nelle protasi delle leggi casistiche (<<se qualcuno .>>), così numerose in Levitico e Numeri, e nelle enumerazioni (ad esempio, Geremia 52,29: <<Nel diciottesimo anno di Nabucodonosor ottocentotrentadue persone da Gerusalemme .>>) torna ancora nefes nel senso di "uomo", "persona", "qualcuno". E spesso, secondo l'opportunità, viene resa anche pronominalmente con "io", "tu" e con le altre persone al singolare e al plurale.

   Il significato di "essere vivente", tuttavia, non può essere ristretto al solo ambito

umano, dimodoché ogni specie di animale in vita viene ad essere compreso. Così, quando Dio, alla creazione, stabilì, dicendolo, che le acque brulicassero di esseri viventi (Genesi 1,20) e che la terra producesse esseri viventi (Genesi 1,24), l'agiografo impiega ancora il termine nefes, come anche allorché <<il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di bestie selvatiche e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all'uomo, per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l'uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi (nefes), quello doveva essere il suo nome>> (Genesi 2,19).

Tentando forse di cogliere qualche aspetto precipuo del significato di "essere vivente", oltre all'atto del respirare, viene ad evidenziarsi come secondo principale elemento qualificante l'anelito ad appropriarsi, l'intenzione a fare e a possedere, più in generale, il moto del desiderare. Del resto, le due funzioni primarie del significato originario del termine (la gola) sono proprio quelle del respirare e dell'inghiottire, simboli del vivere e del far proprio. In tal senso, è da intendere il passo di Samuele 3,21, in cui Abner, condottiero dell'esercito di Saul, si impegna con Davide, affinché quest'ultimo possa regnare su tutto ciò che la sua nefes desidera. Similmente, nel versetto di Ezechiele 24,25, ove il profeta annuncia il giorno in cui agli abitanti di Gerusalemme saranno sottratti tutti i loro beni e le loro gioie, persino la brama dalla loro nefes. Su queste basi, il Dizionario Teologico Interdisciplinare può indicare tra i molteplici significati di nefes anche quello di: <<uno dei centri dell'attività emotiva, e in particolare del-l'aspirazione e del de-siderio>>. Ma, forse, l'espressione più felice ed adeguata è quella del testo già citato di Fiorenza e Metz,  che sintetizza come <<nefes significa in un senso traslato tutto l'uomo in quanto è tendenza verso qualcosa>>.

J. H. Becker, nella sua imponente monografia sul concetto, individua cinque significati di riferimento: vita, scopo della vita, essere individuale o pronome personale, qualcuno, essere vivente. In sintesi, si potrebbe forse riunificare il tutto sotto il tipo di "essere vivente e, in quanto tale, desiderante", dove le due qualificazioni primarie - vita e desiderio - vengono talora soggettivate.

La parola ricorre nell'Antico Testamento 754 volte, per cui altre aree semantiche, nei diversi contesti, vengono ad essere coperte, intersecate o solamente sfiorate. Le principali, nella concordia dei biblisti, sono quelle sopra elencate.

L'unità dell'essere umano, secondo queste categorie è cosa certa. Può sollevarsi l'obiezione che anche il pensiero ebraico biblico sottenda una qualche dualità di componenti nell'essere umano, sussistendo accanto al concetto di nefes anche quello di basar. L'analogia, però, non è del tutto pertinente. Il basar, infatti, anche se comunemente viene inteso nell'accezione di "carne", "massa corporea", "organismo fisico" nella sua interezza o in certe sue parti (cuore, reni, fegato ..) che rappresentano, per sineddoche, nel contesto, tutta la persona, non può essere in alcun caso concepito come una componente dell'essere umano, contrapposta magari ad un'altra parte di diversa natura e accidentalmente congiunta con essa. La verità, la certezza, l'evidenza che comunica la lingua ebraica del Vecchio Testamento esprime che l'uomo non è un composto, ma un'unica realtà, una <<unità indissolubile>>, come la definisce il biblista A.-M. Dubarle.

Altrettanto netta è la spie-gazione che forniscono M. Flick e Z. Alszeghy nei loro Fondamenti di una antropologia teologica: l'uomo è <<una creatura concreta, una in se stessa ?.?. La sua unità non è affermata in opposizione a concezioni dicotomiche o tricotomiche, ma proviene dalla spontanea percezione dell'uomo concreto, precedente la riflessione sulla tensione eventualmente esistente nella sua struttura metafisica. Nella Scrittura quest'unità concreta viene designata con vari vocaboli, che nella loro diversità rilevano vari aspetti del soggetto, ma, almeno primariamente, ancora non significano qualche parte componente di questo soggetto, come avviene con le parole corrispondenti nelle lingue moderne>>.

Questo è il principio inderogabile: possono esistere differenti prospettive di veduta, diverse percezioni, <<accentuazione di un aspetto>>(C. Gerleman), varie <<modalità attraverso cui appare>> l'uomo (G. Colzani), ma questi rimane un'unità originaria. Ultimativa, ormai, per il nostro discorso, la formulazione di W. Mork nelle sue Linee di antropologia biblica: <<Dire che nefes è la persona non è dire che l'anima è persona, perché il nefes include e suppone il basar. Gli antichi ebrei non potevano neppure concepire l'uno senza l'altro. Non esiste per loro la dicotomia greca di anima e corpo, come due sostanze che si oppongono, ma esiste una unità, l'uomo che è basar per un aspetto e nefes per un altro>>.

Le conseguenze vengono tratte lucidamente da G. Bof, alla voce "Uomo" del Nuovo Dizionario di Teologia: non solo al pensiero biblico risulta inconcepibile, in generale, l'idea di un'anima auto-sussistente indipendentemente dal corpo, ma addirittura si deve osservare che per esso è ancora impossibile attribuire

determinate facoltà o attività peculiarmente all'anima o al corpo. E' assurdo, in questa concezione, credere che la sensazione e l'istinto appartengano al basar e l'intelligenza e la volontà alla nefes. E' l'unico uomo infatti che sente, percepisce, ragiona, vuole. L'unico uomo e l'intero uomo. E un ulteriore passo è possibile compiere. Acclarata la non sussistenza di facoltà specifiche, interne all'essere umano, deputate al governo dell'attività sensibile o dell'attività intellettuale, del momento pratico o del momento teoretico, appare anche non necessario, fuorviante ed estraneo al quadro dell'antropologia veterotestamentaria il ricorso,

per l'uomo, ai concetti di sostanza spirituale e di sostanza materiale.

 

b. Il concetto di psiche

 

Il concetto di psiche originario del pensiero greco (Omero, Esiodo, Pindaro) è, in realtà, molto vicino a quello di nefes. Il significato che però è venuto a consolidarsi consiste nell'evoluzione filosofica che il concetto originario ha vissuto. Soprattutto in virtù della riflessione di Platone. E' vero che Platone non ha mai fatto il punto fermo al continuo agitarsi del suo pensiero su tale tema, ma è anche vero che dopo di lui alcuni approdi sono risultati imprenscindibili. Sono tali il carattere di autossussistenza dell'anima rispetto al corpo, quindi la sua natura innata e la sua immortalità.

Non è necessario in questo caso dilungarsi: ogni manuale scolastico di storia di filosofia spiega il concetto di anima nel platonismo. Lo stesso sapere comune oggi in circolazione risponde con una certa precisione alla domanda circa il significato del concetto di anima. La sua origine è nella riflessione filosofica greca sulla psiche. Infatti <<il platonismo>>, come dichiara Hans Urs von Balthasar, uno dei nomi più autorevoli della teologia contemporanea, <<ha dominato, come si sa, il pensiero dell'Occidente, compreso quello cristiano, fino alle soglie dell'epoca moderna. E' dunque ragionevole che, anche nella chiesa dell'Occidente, tutta l'importanza sia legata alla "immortalità dell'anima", e la resurrezione vi si aggiunga come una "beatitudine accidentale", a stento indispensabile per la felicità sostanziale già posseduta>>.

J. Barr propone una chiara comparazione tra i due concetti: <<Secondo il pensiero greco, nell'uomo vi è una dicotomia: un'anima immateriale imprigionata o confinata in un corpo mortale; i due elementi sono in rapporto reciproco solo in maniera temporanea ed accidentale. Secondo il pensiero ebraico, l'"anima" non è altro che la persona umana in quanto vivente nella sua carne. "Anima" e "carne" non sono fra di loro separabili, ma questa è la manifestazione esterna e visibile dell'altra. Non c'è pertanto nel mondo ebraico alcuna idea dell'anima che possa vivere indi-pendentemente dal corpo. Al contrario, il pensiero greco pone l'uomo al di là dell'umano e lo avvicina al divino con la concezione che ha dell'anima e contemporaneamente lo so-vramaterializza e sper-sonalizza con la sua concezione del corpo come semplice materia>>.

La chiesa occidentale, tuttavia, ha percepito con chiarezza la differenza tra il concetto di nefes e quello di psiche, anche se spesso ha avuto difficoltà a tenerli distinti o, più esattamente, a non soggiogare il primo al secondo. Il concetto di anima della Tradizione cristiana risente di questa genealogia.

La storia del pensiero, tuttavia, ha condotto a sovrapporre i due termini, dando adito ad una perplessità che  W. Breuning nel suo Sviluppo sistematico degli enunciati escatologici esprime senza esitazioni: <<Bisognerà sempre chiedersi come mai teologi d'estrazione giudaico-cristiana non abbiano visto nella psiche greca un termine equivoco ed antitetico al nefes ebraico e suoi equivalenti>>.

 

c. Il lavoro di sintesi dei Padri della Chiesa

 

La distanza tra il quadro categoriale ebraico e il cosmo concettuale greco fu immediatamente percepita dalle prime generazioni cristiane. La derisione cui Paolo andò incontro, predicando la resurrezione dei morti in mezzo all'Areopago (Atti degli apostoli 17,23), era dovuta alla stranezza con cui tale espressione suonava alle orecchie dei greci, piuttosto che alla scarsa considerazione

dell'oratore. Era necessario un adeguamento culturale, compito in cui si impegnarono, con grande cura e consapevolezza, i Padri della Chiesa, su cui gravò l'ulteriore incarico di individuare la delicata linea di equilibrio dell'ortodossia e di

preservarla dalle pullulanti e pericolose derive eretiche. L'epoca patristica fu questo grandioso periodo di assestamento, rielaborazione, intelligenza creativa. Iniziando con gli Apologisti, all'inizio del II secolo, è san Giustino (ca. 100-165) che ci ragguaglia sullo stato del dibattito, con un'affermazione decisa, contenuta nel suo Dialogo con l'ebreo Trifone: << Se voi doveste incontrarvi con certuni che si dicono cristiani, ma ?.? affermano che le loro anime verrebbero

assunte in cielo al momento della morte, non riguardateli per cristiani>>.

Ci si esprime, ormai inevitabilmente, con il termine psiche, ma è forte l'impegno a tenere ben marcata la distinzione dell'uso cristiano della parola dal significato platonico. Ancora Giustino, con la sua Apologia: <<ecco la fede che abbiamo appreso da Cristo e ciò che insegniamo. Anche Platone dice che Radamanto e Minosse puniranno i malvagi che giungono nell'oltretomba; anche noi diciamo che questo giudizio sarà fatto, ma da Cristo. Inoltre, i malvagi compariranno con il loro corpo e con la propria anima>>.

Non interessa qui, ora, tanto la valenza escatologica dell'asserzione, quanto la sottolineatura della distanza da Platone. E questa non è basata solo sulla inscindibilità di anima e corpo professata dai cristiani pure nello stato post-mortem, ma anche sulla negazione della preesistenza delle anime rispetto ai corpi e sulla questione dell'immortalità, qualità naturale dell'anima secondo il Sommo filosofo, dono di Dio per il cristiano assertore della resurrezione integrale dell'uomo. Si dice psiche, ma, con Giustino, forse, si intende proprio nefes.

Con veemenza ancor più accentuata, si presenta la reazione di Tertulliano (ca. 160-220), il quale, avvertito il pericolo dello scivolamento semantico del concetto di psiche verso caratteri di disincarnazione e autonomia, getta tutto il suo peso sull'estremo opposto. I cinquantotto capitoli del suo De Anima, scritto nei primi anni del III secolo, con la celebre e molto discussa definizione del capitolo 22, lo

dimostrano ampiamente: << Definiamo l'anima nata dal soffio di Dio, immortale, corporale, figurata, sostanza semplice, dotata di sapienza propria, procedente variamente, dotata di libero arbitrio, razionale, domi-natrice>>.  Un accostamento di espressioni molto complesso, in cui ogni componente necessiterebbe di un approfondimento, da cui però attingiamo solo quel corporalem che continua a contrassegnare la posizione di Tertulliano sull'argomento e continua, in certi casi, a sconcertare il lettore. Nella concatenazione che si è tentato di ricostruire, in realtà, la definizione di un'anima corporale non crea alcun disorientamento concettuale. Essa appare, anzi, come uno strenuo tentativo di resistenza e di salvaguardia del contenuto originario, in condizioni linguistiche e culturali che non permettono più di esprimerlo nel "vecchio modo", bensì richiedono attente e delicate operazioni ermeneutiche a vasto raggio. Affermare, con Tertulliano, che la psiche ha un sesso (De Anima , II, 27) è comprensibile e, anzi, lineare se con psiche si intende "essere vivente", fa sorridere e scuotere il capo se, invece, si adotta la prospettiva dei "filosofi pagani", sulla questione, <<patriarchae omnium haereticorum>>. Ciò vale anche per il suggestivo e quasi commovente elogio del corpo in La resurrezione della carne. La testimonianza di sant'Ireneo di Lione (ca. 130-200) si rivela molto utile al fine di seguire la lenta e graduale evoluzione del concetto di anima. Con sant'Ireneo, l'accettazione delle categorie di "anima" e "corpo" è ormai avvenuta. Il cristianesimo, in questo suo primo sforzo di inculturazione, non può non accogliere i nuovi concetti, ma fa ciò evitando di tradire il contenuto da esprimere e intrisendo di sé la cultura con cui si trova a contatto. Se non si può più fare a meno dei concetti di "anima" e "corpo", allora essi saranno assunti, ma con modifiche sostanziali. Il seguente passo di Contro le eresie è esemplare: <<L'anima e lo Spirito possono essere una parte dell'uomo, ma in nessun modo l'uomo intero; l'uomo perfetto infatti risulta dalla compenetrazione e dall'unione dell'anima, che ha ricevuto lo Spirito del Padre, con la carne, creata anch'essa a immagine di Dio.?.? La carne strutturata da sola, non è l'uomo completo, ma solo il corpo dell'uomo, cioè una parte dell'uomo. Ma neppure l'anima da sola costituisce tutto l'uomo: è l'anima dell'uomo, cioè una sua parte. E neppure lo Spirito è l'uomo, si tratta appunto dello Spirito, non di tutto l'uomo. Solo la fusione, l'unione e l'integrazione di questi elementi costituisce l'uomo perfetto>>.

Ormai parcellizzato l'essere vivente dell'uomo -  concettualmente e ontologicamente inscindibile nella visione ebraica veterotestamentaria - non rimane che assicurare la <<compenetrazione>>, la <<unione>>, la <<fusione>> e la <<integrazione>> di queste parti componenti. La frantumazione dell'uomo apre

anche alla possibilità di un primo articolarsi della speculazione escatologica, ovvero di gettare uno sguardo sul misterioso abisso delle realtà ultime. Il terreno di sant'Ireneo non può ovviamente essere molto stabile: ora egli afferma che le

anime sono immortali mentre i corpi muoiono, ora che la resurrezione riguarderà corpi, anime e Spirito - anche l'anima e lo Spirito, scrive Ireneo, dovranno essere <<restaurate>> -; ora afferma la pari dignità di corpo e anima, ora la strumentalità del corpo dominato dall'anima.

Irrecuperabile, al momento, il pensiero originale, molto dibattuto, di Origene (ca. 185-253) sull'argomento, a motivo delle gravi esitazioni contenute nel suo I principi, peraltro pervenutoci con sicure alterazioni non del tutto identificate. Cosa molto complessa ricostruire, con i materiali a nostra disposizione, il significato che Origene attribuiva al termine psiche o di unificare l'antinomia delle singole asserzioni. Da una parte, egli sembra mantenere una continuità fra i concetti di nefes e di psiche:   <<quanto ai giumenti e alle pecore, nessuno dubita che siano dotati di anima (psiche)>>,   poiché <<lo dimostra Genesi 1,24>>, dilungandosi sul fatto che anche api, vespe, formiche, ostriche, conchiglie

<<evidentemente sono dotate di anima psiche>>. Su questo versante, si collocano anche le affermazioni secondo cui l'anima non è mai priva di corpo e solo con un'operazione di astrazione intellettuale può essere da esso distinta. Dall'altra parte, sono da computare quei luoghi dove Origene sembra sposare le convinzioni orfico-pitagoriche, platoniche e gnostiche della preesistenza delle anime e della loro caduta ed esilio nei corpi a causa del raffreddamento, come spiriti puri, del loro amore verso Dio e di altri demeriti. L'anima diventa così di natura incorporea, preesistente al corpo e congiunta ad esso in maniera accidentale. Un passo piuttosto articolato dell'opera è pure dedicato alla dimostrazione che anche le stelle, essendo semoventi, hanno un'anima; che questa è stata loro inserita <<dal-l'esterno>> e succes-sivamente; che questa, infine, si distaccherà dal loro corpo, dopo la fine del mondo. Origene giustifica il tutto asserendo che si possono addurre dalla Sacra Scrittura passi che legittimano ciascuna di tali tesi, avvisando al contempo che esse, più propriamente, sono ipotesi, proposte non come verità di fede, ma come oggetti di esame e di discussione, di fronte ai quali il lettore sceglierà responsabilmente quella che gli sembrerà maggiormente accettabile.

Anche il IV secolo, procedendo speditamente, propone simili incertezze e fluttuazioni. Sant'Atanasio (ca. 295-373), nel suo Contro i pagani, sostiene che l'anima, finché è su questa terra, <<vive una vita estranea al corpo>>, seppur internamente ad esso, ma, alla morte di quest'ultimo, se ne distaccherà e non cesserà di vivere. Evagrio Pontico (ca. 345-399), nei Kephalaia gnostica, aderisce alle tesi origeniste della preesistenza delle anime quali puri intelletti e della loro

caduta, a causa di colpe verso Dio, nei corpi terreni. Nell'altro scritto, Pratico, Evagrio colloca espli-citamente al centro della propria riflessione antro-pologica la concezione platonica della tripartizione dell'anima in razionale, irascibile e concupiscibile.

Ben più estesa dovrebbe essere l'attenzione verso Gregorio di Nissa (ca. 335-395), autore, con il De hominis opificio (in italiano tradotto con L'uomo), del primo trattato di antropologia. L'excursus di Gregorio sulle soluzioni sinora avanzate è utile a tratteggiare lo stato del dibattito: alcuni, annota il Nisseno con esplicito riferimento ad Origene, <<dicono che le anime preesistono come un popolo in una propria città; là sono collocati i modelli del vizio e della virtù. L'anima che rimane nel bene rimane senza l'esperienza del legame con il corpo; se si allontana dalla partecipazione del bene scivola verso la vita di quaggiù e si trova in un corpo>>; altri, tra cui traspare il richiamo a Metodio di Olimpia, fondandosi sul racconto di Genesi 2, 7: <<dicono che l'anima è nel tempo seconda rispetto al corpo, perché dapprima prendendo polvere dalla terra, Dio formò l'uomo, poi l'animò con un soffio. E con questo discorso mostrano che la carne è più importante dell'anima, che è posta dentro la carne preparata prima. Dicono, infatti, che l'anima è nata in vista del corpo, in modo che la figura non rimanesse senza spirito e senza movimento. Tutto ciò che è in vista di qualcosa è del tutto meno importante di ciò in vista del quale nasce>>.

Gregorio critica, in nome della retta dottrina, entrambe queste tesi e tutte quelle che frappongono una discrasia temporale nella origine, un dislivello di dignità o comunque una dualità tra anima e corpo: <<poiché uno è l'uomo composto di anima e di corpo, è da porre come fondamento del composto un unico e comune principio ?.? né l'anima è prima del corpo, né il corpo separatamente dall'anima, ma uno solo è il principio di entrambi, secondo una logica fondata nella volontà di Dio>>. Sicuramente una delle formule più felici, nella nuova cultura, per esprimere, al riguardo, il messaggio cristiano originario. Sul versante occidentale, alle oscillazioni di Lattanzio (III-IV sec.) nel De opificio Dei, risponde il vecchio maestro Arnobio che, con Adversus nationes, prende salda posizione contro le deviazioni del platonismo e dichiara la tesi della corporeità dell'anima.

Di altro avviso sant'Ambrogio (ca. 354-430) che, in un passo del suo Esamerone incentrato proprio su una discutibile interpretazione di Matteo 10,28, contrappone es-pressamente la nullità del corpo per l'uomo rispetto all'anima, che rappresenta la sua totalità: l'anima è ciò che siamo, il corpo ciò che abbiamo; la prima porta il suggello della somiglianza con Dio, il secondo i tratti inferiori delle bestie e delle fiere. L'uomo trova nell'anima <<non solo una parte limitata del suo io, ma la totalità intera dell'essenza umana>>.

Per giungere al discepolo filiale sant'Agostino che, nell'affidabile sintesi L'uomo come unità di corpo e anima di Fiorenza e Metz, viene presentato, sulla questione, sempre in certa misura invischiato nella forma mentis manichea, e soprattutto su tre aspetti: la sopravvalutazione dell'anima, considerata parte stessa della vita divina e unita al corpo solo accidentalmente e funzionalmente; la valutazione negativa del corpo, reputato luogo preferenziale del peccato; la tonalità soggettivistica impressa al rapporto tra anima-storia e anima-escatologia, ove, ad esempio, il tempo subisce una penalizzazione nella sua realtà fisico-oggettiva e, per la seconda relazione, l'attesa del regno di Dio della comunità cristiana viene fre-quentemente sostituita con la brama della visione beatifica individuale.

Su tutto questo e molto altro ancora cala, nei primi anni del V secolo, lo schematico riassunto tracciato da san Girolamo (ca. 347-420) in una sua lettera indirizzata a Marcellino e ad Anapsichia circa lo stato della controversia sull'anima: <<Per quanto riguarda la situazione dell'anima, penso alla vostra piccola domanda, anzi all'importantissimo problema ecclesiastico: 1) se l'anima sia caduta dal cielo, come vuole il filosofo Pitagora e tutti i platonici e Origene, o se 2) essa sia un'emanazione della sostanza divina, come pensano stoici, manichei e l'eresia spagnola di Priscilliano; 3) o ancora se essa (alla creazione di Adamo) sia stata creata da Dio per tutti gli uomini e sia stata poi tenuta in serbo da lui, cosa di cui sono stoltamente convinti alcuni dottori della chiesa, 4) se essa sia creata da Dio ogni giorno e infusa nel corpo secondo la parola che è scritta nel Vangelo: <<Il Padre mio lavora fino ad oggi e anch'io lavoro>>, 5) o se esse nascano per trasmissione, secondo quanto asseriscono Tertulliano, Apollinare e la maggior parte dei teologi occidentali: come il corpo viene dal corpo così l'anima dall'anima, nascendo in modo analogo agli animali>>.

La lettera dipinge un efficace affresco del disagio dottrinale sulla questione in cui versava manifestamente la Chiesa nei primi secoli e che inquietava le menti teologiche più attente e critiche. La quarta opinione è quella che Girolamo condivide, ma sembra che, fra i contemporanei, non suscitasse vasti consensi.

 

d. Conclusione

 

Il concetto di anima nella dottrina cattolica ha dunque questa origine densa di traversie e di aggiustamenti. La duplice genealogia ha recato un particolare patrimonio genetico nel concetto. Da quale linea prende maggiormente l'anima cristiana? Una rapida ricapitolazione conduce spontaneamente alla conclusione.

- La psiche di tradizione platonica è congiunta accidentalmente al corpo e separabile da esso, mentre la nefes è l'uomo nella sua interezza.

- La psiche è preesistente al corpo, mentre per la concezione ebraica, non sussistendo dualismo, non ha senso neppure parlare di anteriorità temporale.

- La psiche è ultrapersonale, nel senso che trapassa da uomo a uomo al momento della corruzione del corpo, mentre la nefes è strettamente personale, anzi, è la

persona stessa.

- La psiche è immortale, mentre la nefes muore (per poi risorgere, nella promessa di Cristo).

 - La psiche è tripartita, mentre la nefes è una.

Il cristianesimo si è trovato di fronte a queste due impalcature concettuali e ha operato la propria sintesi riplasmante. Per il primo punto, seguendo la via culminata con Tommaso, la Chiesa ha scelto una soluzione originale: l'anima è inseparabile e una con il corpo durante la vita terrena e separabile da esso immediatamente dopo la morte. Ha confermato la prospettiva ebraica, sigillandola dogmaticamente, per ciò che riguarda le tesi della non preesistenza dell'anima sul corpo, della sua personalità e della sua unità.

Ha sposato la linea greca, al contrario, per il concetto di immortalità, tipico della

psiche. Si può dunque asserire che la Chiesa abbia mantenuto accuratamente il concetto originario di nefes, modificando-aggiungendo solamente il carattere di immortalità, condotta necessariamente a ciò dal nucleo forte della promessa di

Cristo. Ha conservato la medesima antropologia ebraica; è stata "felicemente costretta" a trasformare l'escatologia. Su quest'ultimo punto, tuttavia, si è contenuta nei limiti e nella consapevolezza del mistero.

 

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Riflessione

Di Elena Aldrighetti

 

Questa mattina, come tutte le altre del resto, ho letto il giornale. Prima notizia la decapitazione del civile americano da parte di Al Qaida. Poi lo scandalo delle torture in Iraq.

Un ragazzo che si è suicidato in provincia di Livorno. Un marito che ammazza la moglie per gelosia.

L’allarme fame nel mondo e relativa discussione sugli OGM. Lo sfruttamento dei bambini nei paesi poveri, e potrei andare avanti all’infinito con le brutte notizie.

Dentro di me, mano a mano che leggevo, si faceva strada tanta tristezza e tanto senso di impotenza.

Ho riflettuto sul fatto che forse l’uomo non dovrebbe sentirsi così orgoglioso di come ha trasformato il mondo. Non voglio fare retorica, però è troppo comodo dare sempre la colpa ai potenti. Sono loro che governano, loro che decidono, loro che hanno il coltello dalla parte del manico.

Ma noi? E’ proprio vero che non possiamo fare nulla? Se ci pensiamo bene, ci siamo lasciati travolgere dal consumismo e dal materialismo. I nostri obbiettivi sono il benessere economico, la posizione sociale.

Vediamo i problemi di miseria e povertà, le guerre sparse nel mondo, le varie colonizzazioni, gli sfruttamenti, le violenze ecc., come un qualcosa che ci intristisce, però è lontano da noi, non possiamo intervenire. Certo, probabilmente non possiamo decidere se fare una guerra oppure no, non possiamo, personalmente controllare che in tutto il mondo si rispettino i diritti umani. Tuttavia, credo che sia possibile col nostro stile di vita, cambiare i rapporti umani e migliorarli.

In quasi tutti i settori le persone sono “chiuse” in schemi precisi. Difficilmente si riesce ad avere scambi produttivi con chi è convinto di avere le verità assolute.

Mi è capitato di partecipare a riunioni con vari componenti di Chiese Cristiane.

Ci si mette intorno ad un tavolo per decidere come svolgere una veglia, una manifestazione ecc.

Tutti si è ben disposti per collaborare, però, quando si entra nel merito dello svolgimento di una cosa piuttoso che un’altra, ecco che escono le convinzioni e ognuno cerca di fare come ritiene giusto. Non ci si ferma

a pensare che si può provare a mettersi nei panni altrui per capirne i pensieri e le intenzioni.

A volte si discute su un argomento per ore, accorgendosi dopo che in fondo si dicono le stesse cose ma in modo differente. Vedendo queste cose, spesso mi prende lo sconforto pensando che non si riesce a far andar d’accordo un gruppo di persone che hanno la medesima fede, figuriamoci quando ci sono di mezzo persone con ideologie diverse. Certo io non ho la ricetta per migliorare il mondo e non sono così presuntuosa di pensare di trovarla. Mi sono però resa conto che il ben disporsi verso gli altri, il cercare di avere attenzione per ciò che si fa, di come e dove si spendono i nostri soldi, il ricordarsi che le strade non sono pattumiere a cielo aperto ecc., alla lunga producono frutti.

Se i bambini, per i quali noi adulti siamo dei modelli, vedono che cerchiamo di comprendere l’altro, senza sentire solo “io sono bravo, quello non capisce niente”. Se riusciamo a trasmettere loro sempre e comunque il rispetto per il mondo in cui viviamo, dai vegetali agli animali. Forse cominceremo a notare dei cambiamenti. Il futuro, come il presente, è anche in mano nostra.

Io credo che non possiamo guardare con distacco i problemi del mondo. Abbiamo il dovere di salvaguardare la Terrra, la nostra Madre, colei che ci dà da vivere.

Dobbiamo altresì salvaguardare chi vive con noi su questa terra. Ogni cosa è concatenata e noi facciamo parte di questa catena, prima o poi ci tocca. Forse basterebbe guardare meno i nostri piccoli e grandi problemi, o perlomeno guardarli con una proiezione verso il futuro, e rivolgere le nostre energie alla collettività. Credo che se tutti insieme riusciremo a vivere meglio l’uno con l’altro, vivremo molto meglio con noi stessi.

 

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HOBBY E TEMPO LIBERO

Potatura della vite

Di Angelo Ricci

 

La vite viene potata a seconda della coltivazione, iniziamo con la potatura per coltura detta a terrazza. La potatura di ogni vite si può fare in vari modi, anche se sembrano tutti uguali, quindi è necessario, prima di iniziarne una, conoscere i nomi delle parti della vite stessa; la vite è composta dal tronco, il quale si porta addosso dei tralci, che a seconda dalla posizione dove sono nati, assumono almeno tre nomi diversi: dal basso verso l’alto, i primi tralci prendono il nome di  bastardi, quelli ancora sopra si chiamano capi da seme, e infine troviamo il capo madre, che è quello che ha dato il frutto.

Cominciamo dando un buono sguardo alla composizione di tutto il contenuto dei tralci, quindi scegliendo quelli più robusti, cominciamo a tagliare quelli meno significativi partendo dal basso, ESEMPIO: Se ci sono più di un bastardo, è necessario lasciarne solo uno e questo tagliarlo lasciando solo due gemme, se i capi da seme sono più di tre, tagliarne due, quindi lasciare il più robusto e tagliare ad una lunghezza di circa ottanta centimetri, poi tagliare anche il capo madre. Tutti quei capi che non servono, è necessario che il taglio di ognuno di essi, deve essere più vicino possibile al tronco e così abbiamo la prima vite potata.

Per la potatura detta a FRASCONE, si esportano tutti i capi bastardi e si lasciano due capi da seme, solo se il frascone è di natura bassa; se invece è detto di natura alta, è necessario che gli rimangano due capi da seme, però, lungo il tronco è gli devono venire lasciati almeno due bastardi, se possibile ad una distanza di circa un metro l’uno dall’altro a partire da una distanza dal terreno di un metro e cinquanta, ed anche questi lasciarli di una lunghezza di due gemme, questi capi bastardi, che vengono accorciati a due gemme, assumono il nome di RAZOLI.

La potatura a pergola si può eseguire in due modi, così chiamati: a capo vivo o a dosso; la potatura a capo vivo, è molto simile a quella a fiascone alto, e anziché lasciare due soli capi da seme, è necessario se possibile, lasciarne più di tre; invece la potatura detta a dosso, necessita di razoli e capi su tutta la sua lunghezza  e finire in testa al tronco con due capi da seme.

Una volta ultimate le varie potature, si può passare alla legatura di ogni tipo di coltura descritta, poi si deve iniziare a legare la terrazza. La composizione della costruzione delle terrazze ha almeno due concessioni di realizzo, quella detta a canne e quella detta multifili, comunque, la cosa fondamentale, per la vite, è che sia legata saldamente ad una canna o pure a tre fili, con la punta del capo da seme, girata verso EST, come del resto quando è possibile, anche tutte le altre colture descritte

Per la facilità che mostra la vite nella sua potatura, si dice che la prima vite, l’avesse potata un somaro…

 

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INFORMATICA

Outlook Express (lezione 9)

Di Paola Vagata

 

Oggi proviamo a prendere in esame la pagina tabulata relativa alle proprietà di un account. Dal menu Strumenti/Account, dopo aver selezionato con le frecce il nome dell'account che ci interessa, possiamo spostarci con Tab sulla voce "Proprietà” e cliccare con Spazio. Con shift+tab andiamo all'inizio della pagina e poi scorriamo, una per una, le sottopagine con la freccia verso destra:

Generale, Server, Connessione, Protezione, Impostazioni avanzate.

Torniamo ora a sinistra con la freccia, fino a "Generale", per scorrere ogni singola sottopagina ed esplorarne il contenuto. Naturalmente le varie sottopagine si selezionano con le frecce orizzontali, mentre le singole voci di ciascuna sottopagina si scorrono con Tab.

1) Generale

a) Inserire il nome di riferimento per i server (qui il programma inserisce automaticamente, per default, il pop3 dell'account che stiamo prendendo in esame, come ad esempio, nel caso di un indirizzo e-mail con Libero, popmail.libero.it, ma si può anche cambiare questo nome, sostituendolo con uno a nostro piacere, come "Ufficio", o "Casa" ecc.);

b) Nome (qui vedremo scritto il nome reale, o nome visualizzato, che potremo cambiare in qualsiasi momento;

c) Società

d) Posta elettronica (in questo campo c'è l'indirizzo di posta elettronica relativo all'account che si sta esaminando);

e) Indirizzo per risposte (qui volendo si può indicare un altro indirizzo a nostra scelta, se lo abbiamo, a cui far giungere le risposte ai messaggi che spediamo);

f) Includi l'account alla ricezione e sincronizzazione dei messaggi (la casella di controllo qui è attivata per default, in modo che quando ci si connette, O.E. andrà ad inviare e scaricare automaticamente i messaggi dall'account; se disattiviamo questa casella di controllo, la ricezione/sincronizzazione dei messaggi non avviene automaticamente, ma la possiamo eseguire solo manualmente);

Con Tab, poi, troveremo i pulsanti ok ed  annulla, quindi ci troveremo al punto di partenza.

Con la freccia destra, procediamo con l'osservazione della sottopagina successiva.

2) Server

a) Il server della posta in arrivo è: pop3 (che gia' troviamo scritto;

b) Posta in arrivo (pop3 del provider)

c) Posta in uscita (smtp del provider con cui effettuiamo la connessione);

d) Nome account

e) Password

f) Memorizza password (la casella di controllo relativa a questa poce è attivata per default);

g) Accesso tramite autenticazione password di protezione (generalmente la relativa casella di controllo è disattivata);

h) Autenticazione del server necessaria (da attivare solo se specificato dal provider).

Premiamo tre volte Tab, per andare di nuovo all'inizio della pagina tabulata e con la freccia destra andiamo ad esaminare la pagina della "Connessione (ricordiamoci sempre di scorrere le voci delle varie sottopagine, quelle per intenderci contrassegnate dalle lettere minuscole, con Tab).

3) Connessione

a) Connetti sempre all'account utilizzando (generalmente questa voce ha la casella di controllo disattivata; se la si attiva, c'è la possibilità di scegliere la connessione da utilizzare specificamente per l'account in esame;

Il pulsante OK ci dice che la sottopagina e' finita, quindi ci portiamo all'inizio ed esaminiamo la prossima pagina.

4) Protezione

Le voci presenti in questa pagina permettono di verificare, tramite appositi certificati digitali, l'autenticità delle e-mail;

5) Impostazioni avanzate

a) Numeri di porta del server - Posta in uscita (smtp): 25;

b) Il server necessita di una connessione protetta  (la casella di controllo di questa voce è disattivata);

c) Posta in arrivo: 110 (è il numero della porta relativo, appunto, alla posta in arrivo);

d) Il server necessita di una connessione protetta (anche questa voce ha la casella di controllo disattivata);

e) Numeri di porta del server, timeout del server (si dice che il server "va in Timeout" quando non riesce a connettersi entro un certo tempo, quindi il programma interrompe la connessione al server; con le frecce orizzontali, si ha modo di scegliere fra varie percentuali e per default il "timeout" e' selezionato all'11%);

f) Dividi i messaggi superiori a (normalmente la casella di controllo relativa a questa voce è disattivata; se la si attiva, spostandosi con Tab si possono indicare le dimensioni oltre le quali O.E. deve dividere i messaggi;

g) Conserva una copia dei messaggi sul server (anche in questo caso, la casella di controllo per default è disattivata; se la attiviamo, con Tab si può decidere dopo quanti giorni il programma deve cancellare i nostri messaggi dal server, nonché decidere di rimuoverli dopo l'eliminazione dalla cartella "Posta eliminata");

Seguono poi, sempre spostandosi  con Tab, i pulsanti OK, Annulla e Applica.

Nella prossima lezione vedremo come creare una nuova identità e come gestire le identità.

 

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Superx: un programma veramente utile

Di Alessio Lenzi

 

Iniziamo direttamente da questo numero a parlare di software interessante e utile, con questo che si chiama Superx. Questo programma è interamente fatto in Italia ed è molto utile in quanto, permette di fare sotto windows una cosa che ai tempi del DOS era molto praticata da tantissimi utenti non vedenti, cioè, leggere il servizio Televideo con il computer. Infatti, molti di voi ricorderanno che esistevano delle schede da inserire direttamente in un computer e che permettevano di ricevere il suddetto servizio ed anche di fare le prime esperienze con lo scaricamento di piccoli programmi o giornali. Adesso, con l’avvento dei computers ultraveloci e le esigenze oramai mutate dai tempi, la pratica di consultare i servizi di teletext messi a disposizione dalle varie emittenti televisive, è quasi andata in disuso, visto anche il dilagante ingresso nella nostra vita della rete Internet. Con questo breve articolo, terrei a mettere in evidenza che comunque, ancora oggi, il Televideo può significare parecchio, vista la sua comodità di consultazione, per coloro che possono farlo direttamente dalla televisione risulta spesso impagabile, visti poi i costi di ricezione che sono gratuiti ed è sempre disponibile. Tornando adesso al punto centrale della questione, questo piccolo programmino che è stato scritto dall’Ing. Giuseppe Riera di Roma, permette in modo molto semplice e veloce di poter consultare qualsiasi servizio di teletext messo a disposizione dalle varie emittenti televisive, avvalendosi di una scheda o box esterno da collegare al computer prodotta dalla ditta americana Hauppauge. Purtroppo tale scheda o box sono necessari, visto che per ricevere il servizio, occorre essere direttamente collegati ad una emittente televisiva. Comunque, con ognuno di questi dispositivi, si può anche vedere la televisione direttamente sul vostro computer, oppure, ve ne sono alcuni modelli dotati anche di radio fm. Queste schede sono particolarmente semplici da utilizzare, anche per le persone non vedenti che hanno un dispositivo di sintesi vocale o barra braille e si possono reperire facilmente sul mercato a poche decine di euro. Se volete fare tale acquisto, occorre scegliere i modelli chiamati Win tv e che al loro interno sia anche contenuto il programma proprietario di teletext chiamato Vt Plus. Comunque, niente paura, i modelli più economici hanno tutti tale caratteristica. Ho appena detto di un programma proprietario per il teletext, bene, infatti con tali apparati si potrebbe già ricevere il televideo, ma purtroppo, il programma risulta particolarmente complesso e purtroppo assolutamente ingestibile per coloro che usano la sintesi o la barra braille ma risulta oltremodo ostico anche per i vedenti, visto che ho provato con al mio fianco una persona vedente la quale non è riuscita in nessun modo a far funzionare il programma. Ecco che quindi, il programmino Superx, viene in nostro aiuto permettendoci di utilizzare a pieno tutte le possibilità di consultazione del Televideo, permettendoci anche, ad esempio, di essere avvertiti con un allarme quando una pagina è stata aggiornata, come ad esempio i risultati delle partite di calcio o la classica ultim’ora. In tal modo è possibile continuare a svolgere i nostri lavori al computer ed essere avvertiti di una variazione così da poter andare subito a vedere cosa fa la nostra squadra! Inoltre, il programma può gestire anche delle semplici funzioni di borsa, ricavando i dati direttamente dal Televideo. Cosa ne pensate? Vale la pena provare? Spero di avervi invogliato e vorrei concludere dicendo che il programmino Superx è completamente gratuito e si può scaricare da internet agli indirizzi che indicherò qui sotto alla fine di questo articolo. Quindi a tutti dico di provare questo software e vi do appuntamento al prossimo numero per un nuovo programma sicuramente utile!

Per acquisire il programma:

Sito ufficiale dell’autore: http://users.libero.it/griera  dove troverete anche altri programmi da lui scritti.

Dal nostro sito: http://www.gio2000.it troverete il collegamento diretto alla pagina del programma cliccando nella homepage sulla voce download e successivamente sulla sezione programmi utili.

Per informazioni ulteriori scrivere all’indirizzo di posta elettronica:

webmaster@gio2000.it o

contattare telefonicamente la redazione.

 

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MUSICA

San Remo 2004, una rivoluzione od un flop?

Di Vainer Broccoli

 

Arriva il mese di marzo e, a scapito di tutto quello che succede nel mondo, l’attenzione dell’italica gente viene focalizzata dal Festival della canzone italiana che, per tradizione, viene attivato presso il teatro Ariston nella cittadina ligure. Il tormentone di quest’anno è legato al direttore artistico ed alla conduttrice: Tony Renis e Simona Ventura, coi loro battibecchi, hanno dato vita, nei giorni subito precedenti il festival, a situazioni a dir poco scottanti… reale discordia o scena per far aumentare gli ascolti?

Il fatto comunque, resta fondamentalmente uno: si percepisce che se ne vedranno delle belle!

Come sempre si inizia il martedì sera, subito la prima novità: la sigla, in sottofondo ecco che appare il tema principale di “Quando, Quando, Quando”, giurassico successo di Tony Renis stesso, che originalità, poi appare sul palco Simona Ventura affiancata da Gene Gnocchi…, ma siamo a San Remo o a quelli che il calcio? Le perplessità sorgono spontanee, anche il contro festival che si svolge, per protesta, a Mantova, contribuisce all’irrealtà dell’atmosfera; (i riferimenti alle presunte conoscenze mafiose di Renis, gettate in campo dal deputato Dalla Chiesa hanno contribuito non poco a gettare parecchie ombre sulla manifestazione canora più famosa nel mondo). Tornando al festival di San Remo, ecco, appunto, apparire sul palco il duo Ventura-gnocchi con il comico emiliano che comincia a giocare sul rapporto tra la Ventura ed il direttore artistico…, geniale, vero? Tra una battuta e l’altra, non dimentichiamolo, c’erano anche i cantanti… il Festival 2004 non prevede la solita doppia chermes tra Big e nuove proposte… sul palco si presenta un unico lotto di autori, molti dei quali nemmeno troppo conosciuti, che si disputano il titolo.

La sensazione dominante resta quella che i nomi che si presentano di fronte al pubblico dell’Ariston siano un po’, come dire, dei ripieghi. Tanto per essere consueti, comunque, subito, dal giorno successivo alla prima serata, ecco i primi risultati d’ascolto: 12 milioni di spettatori… immediatamente, su tutti i tg, ecco apparire il faccione di Renis che inneggia al successo di pubblico, ecco tutti a dire che, in fondo, la cosa sta andando bene, come primo esperimento, ma, rispettando in pieno le leggi di Murphy, arriva la mazzata della seconda serata: 4/5 milioni in meno… e subito, coerenza del giornalismo italiano, ecco gli strali dei critici del campo che si scagliano contro la conduzione Ventura-Gnocchi senza, tanto per essere onesti, menzionare il dopo festival di Bruno Vespa… un distaccamento di “porta a porta” che rasenta il ridicolo quando dobbiamo sorbirci le prestazioni canore dei nostri politici.  Il tono del festival tocca due punte massime negli ascolti: quando sale, per 2 sere consecutive, sul palco Dustin Hoffmann, enorme personalità che catalizza l’attenzione con la sua sola presenza, ed il venerdì quando i cantanti interpretano, assieme, in alcuni casi, agli autori originali, i vecchi successi del festival (da segnalare l’interpretazione di “Grazie dei fiori” da parte di Andrea Mingardi). Eccoci finalmente alla serata finale, quella, che  tanto per intenderci, decreta il vincitore e che di solito riserva i botti finali… la sorpresa per tradizione sta nel super ospite che, in teoria, non si dovrebbe conoscere, ma che come sempre si sa… il super molleggiato, Adriano Celentano! Anche dietro a questa partecipazione ci sono stati non pochi retroscena: Celentano, che Renis definiva suo vecchio amico, sembrava non voler partecipare, poi, il colpo a sorpresa, eccolo sul palco… un quadretto, per certi versi, patetico con la Ventura, Renis e Celentano attorno ad un tavolo con una bottiglia di vino…

Il super molleggiato nazionale, comunque, non ha lesinato critiche, anche pesanti, nei confronti di certi momenti della manifestazione come, ad esempio, il collegamento con i nostri soldati impegnati nelle varie missioni di pace nei paesi del mondo devastati dalle guerre; prima di un improvvisato rock and roll viene lanciato un amo a celentano al quale, in maniera anche poco elegante, Renis propone di condurre il festival 2005. Celentano, come da copione nega assolutamente, ma le voci, dopo la conclusione della manifestazione, lo danno come maggior indiziato per il festival del prossimo anno. Veniamo, dopo queste considerazioni, alla gara vera e propria: i nomi più altisonanti sono quelli di Marco Masini, Adriano Pappalardo, Andrea Mingardi, ma, proprio da questo, si evince come il grosso del mercato discografico italiano abbia snobbato questo Festival; la nota positiva sta nella grande qualità degli arrangiamenti: gli 80 elementi dell’orchestra garantiscono una resa, ad onor del vero, superiore ai festivals degli anni precedenti e pezzi come “single”, di Danny Losito, oppure “è la musica”, di Andrea Mingardi con i Blues Brothers, esaltano il groove dei musicisti. Il vincitore risulterà, senza troppi patemi, Marco Masini con la sua “L’uomo volante”, ma una delle vere sorprese, a dir poco piacevoli, sarà Linda con un pezzo pieno di energia, “Aria, sole, terra e mare”; anche Neffa con uno swing di gran gusto, “Le ore piccole”, fa vedere come le nuove generazioni possano sfoderare belle canzoni che esaltano atmosfere di gran classe. A dimostrare, comunque, la stranezza di questa edizione del Festival di San remo c’è anche la risposta delle radio: di solito, per un paio di mesi, l’etere italiano veniva martellato dalle canzoni sanremesi, a questo giro, invece, la cosa si è limitata ad un paio di settimane… come se anche l’FM volesse dimostrare che il prodotto in stile “baudesco” non ha eguali. Il mio personalissimo parere contro ogni italica concezione è, che, forse, la gente inizia a stancarsi di una manifestazione che vive quasi esclusivamente di polemiche legate agli ingaggi stellari, degli ospiti, delle polemiche che, inevitabilmente, si scatenano ogni volta ed, anche, di vedere come le cose si svolgano in maniera poco pulita e trasparente. In definitiva, visto anche il momento storico che stiamo vivendo, i temi che vengono affrontati in questi frangenti urtano, anche con giusta ragione, la sensibilità dell’uomo comune che fatica ogni giorno per arrivare a capo di problematiche ben più serie di quelle che ci propone una manifestazione sempre meno credibile.

 

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NORMALITA' E HANDICAP

Una legge per l'handicap

Di Luigi Palmieri e Natale Todaro

 

Cari lettori come potete sapere nel nostro paese i portatori di handicap non sempre hanno avuto vita facile nel mondo del lavoro e nell’integrazione scolastica e sociale. Per far si che essi abbiano una vita più facile, viste le già difficoltà fisiche, lo Stato ha creato delle apposite leggi che se ben applicate, aiuterebbero il portatore d’handicap ad integrarsi nella società ed eviterebbero diverse incomprensioni fra portatore d’handicap e società “comune” e si eviterebbero diversi torti subiti. Una delle tante leggi riguardanti l’handicap, che nel nostro paese viene male interpretata o poco capita da chi la deve applicare è la legge 104 del 5 febbraio 1992, coloro che usufruiscono di questa normativa possono ben notare le diverse interpretazioni al riguardo, da parte dei vari enti pubblici o privati che siano, un esempio di male interpretazione possono essere i permessi che permettano ad alcuni portatori d’handicap di assentarsi 3 giorni al mese o 2 ore giornaliere dal proprio posto di lavoro. Se questa è una legge contribuita e retribuita, allora perché coloro che usufruiscono di tali benefici che sono stati citati, perché nella tredicesima mensilità si è verificata una detrazione dallo stipendio? Ovviamente questa detrazione non è stata fatta a tutti coloro che usufruiscono di tale normativa. Questo è solo un esempio di come viene interpretata la legge 104. Va anche detto che è vero che ci sono abusi di essa, ma è pur vero che ci sono portatori di handicap che hanno veramente diritto alla 104 ma non gli viene concessa. Secondo noi non è giusto che a un ipovedente o invalido che sia, che ha veramente bisogno di tutti i diritti della 104, gli venga concessa parzialmente.

Grazie al cielo questa non è l’unica normativa, l’integrazione dei portatori di handicap nel mondo del lavoro, scolastico e sociale, ci sono anche altre normative tipo la 113 del 1985 per quanto riguarda i centralinisti, non vedenti o ipovedenti, cioè coloro che rientrano nella legge appena citata, abbiamo la 68 del 1999 per quanto riguarda il collocamento obbligatorio e così via. Per concludere diciamo che ben vengano tutte quelle normative che servano per l’integrazione sociale, ma da coloro che applicano tale norme ci vuole una maggiore attenzione nel farlo, e se hanno un piccolo dubbio o non sanno di cosa si tratta e bene informarsi prima di agire, così facendo si eviterebbero diversi torti. Per gli interessati, la legge 5 febbraio 1992 n. 104 e prelevabile dal nostro sito www.gio2000.it, nella sezione DOWNLOAD.

 

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La parità tra le file

Di Mario Lorenzini

 

La moderna tecno-logia ha portato notevoli miglioramenti nella vita dei disabili. La legge ci viene incontro con disposizioni atte a rimuouvere le cosiddette “barriere architettoniche”. Anche nei progetti degli edifici di nuova costruzione, si devono prendere in considerazione determinati parametri. Conosciamo tutti, perché molto evidenti, i dislivelli fra marciapiede e manto stradale, agevolati con un lieve scivolo che smussa lo scalino, permettendo a chi si muove con la carrozzella di proseguire. Poi ci sono gli ascensori, che devono avere una certa ampiezza per la porta della cabina, sempre per consentire l’accesso a un disabile motorio; lo stesso per i telefoni pubblici, alcuni dei quali sono posti a un’altezza inferiore rispetto alla media, poi si potrebbero menzionare i cartelli con le segnalazioni stradali e i lampioni che devono essere collocati a una certa distanza dal bordo della strada, ecc.

Ma esistono altri impedimenti o limitazioni, forse meno visibili, che invece di essere rimossi sono stati addirittura introdotti. In molti uffici pubblici, con sportelli aperti al pubblico, un ipovedente può trovarsi in difficoltà, soprattutto se le file, e quindi gli sportelli aperti, sono più di uno. E magari con diverse competenze. Però, chiedendo agli altri in coda, possiamo imparare quali sono quelli giusti che ci interessano, e la volta successiva essere più o meno autonomi.

Per risolvere il problema dell’ordine delle code, molti uffici si sono dotati di un distributore automatico di biglietti; in alcuni casi la forma più rudimentale è quella di un rullino di carta dove sono stampigliati dei numeri progressivi. Si stacca un numerino e si attende di essere chiamati con quel numero, oppure si guarda un display che visualizza il numero corrente. Già qui le cose iniziano a complicarsi: spesso il visore non è in posizione o con i numeri abbastanza grandi da consentire la lettura. Ma anche lì possiamo arrangiarci, anche se il numero non viene pronunciato, chiedendo a qualcuno che come noi, è in fila.

Ma il massimo lo si raggiunge quando, anziché trovare un semplice nastro coi numeri, c’è uno scatolotto con un display minuscolo e di solito, a cristalli liquidi; seguono poi una serie di tasti.

A seconda dell’operazione da effettuare, si deve digitare qualcosa e poi, tramite conferma a video, riceviamo un tagliandino che ci indica su quale o quali file incolonnarci. Chiaramente l’impossibilità di leggere il piccolo display, le scritte sui tasti, nonché il bigliettino che spesso viene stampato con un inchiostro molto chiaro, ci rende la cosa impossibile, a meno di non farci seguire, fino allo sportello, da qualcuno. Personalmente, quando, poco tempo fa, hanno installato un aggeggio come questo presso il mio ufficio postale, sono uscito e non ci ho più messo piede. Beh, sicuramente questi dispositivi hanno adempiuto pienamente al loro compito, quello di sfoltire le file, in questo caso personale, di una persona almeno.

 

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RACCONTI E POESIA

Cara Mamma...

Di Lia Simoni

 

Domenica 9 maggio 2004. E’ l'alba, un'alba grigia, fredda e piovosa! Sembra autunno inoltrato, e
invece è una domenica di maggio, ma si direbbe che quest'anno la primavera
proprio non si decida ad arrivare…
E io, contrariamente alle mie abitudini, sono già sveglia da un po', a godermi (si fa per dire!) quest'atmosfera che di primaverile ha davvero ben poco... Mi sono seduta alla scrivania, e così, quasi per caso, ho cominciato a scrivere, dapprima frasi sconnesse e prive di senso, poi, piano piano, nella mente ha preso forma un'idea strana, e direi insolita per me, quella di scriverti! Eh già, perché oggi, strano scherzo del destino, è la tua festa, la festa di tutte le mamme, o almeno è ciò che vogliono farci credere radio e
televisione, che da giorni ormai ci stanno bombardando a più non posso con ogni sorta di promemoria: dalle pubblicità più accattivanti sul regalo più azzeccato per fare più felice la nostra adorata mamma, ai più disparati consigli per farle sapere quanto le vogliamo bene, magari anche scrivendole una lettera... Sì, proprio così, una lettera, come questa! So che a questo punto potrà sembrarti scontato ricevere un mio scritto in una circostanzacome questa, ma probabilmente, a ben guardare, dal momento che tu mi
conosci di certo meglio di chiunque altro, ti renderai conto che questo mio gesto è tutt'altro che scontato! Be', ammetto che questa ricorrenza è stata senza dubbio un pretesto, però tu sai bene che questa è la prima volta per me, la prima volta che oso stupirti (spero in positivo) facendo qualcosa di simile! E in ogni caso, a dirla tutta, è quantomeno discutibile che ci si ricordi di quanto si vuol bene alla propria madre soltanto in giornate come questa, quando invece quella che è una delle persone più importanti della nostra vita dobbiamo festeggiarla sempre, tutti i giorni, o almeno è così che dovrebbe essere...
Ed era questa la prima cosa che volevo dirti: tu per me sei la persona più importante, davvero, anche se a causa del mio carattere non sono mai  riuscita a fartelo capire fino in fondo! Ma, purtroppo, io per prima mi
rendo conto di non riuscire a mettere in pratica un concetto pur così semplice: quello di esserci sempre, di farti sentire quanto tengo a te, e non solo per un giorno all'anno...Sì, già so cosa starai pensando mentre
leggi queste mie parole, perché anch'io, sai, credo di conoscerti piuttosto bene: che in realtà tu sai quello che significhi per me, che l'affetto che provo per te traspare dai miei gesti se non dalle mie parole, e che non c'è bisogno che io mi giustifichi in alcun modo...Sì, forse è così, per esprimere certi sentimenti le parole sono senz'altro superflue, ma io vorrei comunque provare a dirtele, queste parole, visto che in tutti questi anni non ho mai trovato il coraggio di farlo, per timidezza forse, o per pigrizia, o chissà, magari perché certe cose le ho sempre considerate troppo scontate per spenderci sopra grandi discorsi!
Ma allora, perché proprio adesso? Be', io credo che c'entri parecchio il momento particolare che sto attraversando, una fase della mia vita che mi sta costringendo, a volte mio malgrado, a riconsiderare sotto una luce diversa valori che finora ritenevo inattaccabili, e viceversa ad attribuire un significato del tutto nuovo ad aspetti del vivere quotidiano che avevo colpevolmente trascurato! So che oggi sentirai in maniera particolare la mancanza della nonna... Be', lei manca tantissimo anche a me, sai? Ci sono momenti in cui credo di aver commesso molti errori nei suoi confronti, primo fra tutti il fatto di non essere riuscita a dirle quanto le volevo bene, e che lei se ne sia andata forse con questa convinzione... Ed è un'idea che mi angoscia e mi addolora, anche se tu, questo lo ricordo bene, tutte le volte che te ne ho parlato mi hai sempre rassicurato che non è così, che lei, come te, ha sempre saputo, senza che ci fosse bisogno di parole! Ma io non lo voglio più commettere questo errore, e, anche se so che per me non sarà facile, non voglio un giorno dover rimpiangere il fatto di non essere riuscita ad esprimere quello che provavo, soltanto perché questo richiedeva uno sforzo troppo grande… ed è anche per questo che voglio ringraziarti... Ti ringrazio per la tua presenza costante ma sempre discreta, nei momenti più importanti e in quelli più difficili della mia vita. Ti ringrazio perché da quando sono nata sei sempre stata la mia forza, il mio sostegno, la mia guida, il mio  punto di riferimento, la mia ancora di salvataggio, la sola presenza certa su cui poter sempre contare. Ti ringrazio perché, oltre a essere mia madre, ho sempre potuto considerarti la mia migliore amica, un'amica sincera e con  molta più esperienza di me alle spalle, un'amica della quale non ho mai temuto le critiche e i giudizi, sempre comunque costruttivi, ma della quale ho sempre desiderato e apprezzato i consigli e il confronto aperto e maturo. E ti ringrazio anche perché mi stai così vicina in un momento difficile come quello che sto attraversando. Come posso dimenticare, ad esempio (e ultimamente è accaduto spesso), la tua estrema dolcezza quando ti accorgi che ho appena pianto, anche se faccio di tutto per non darlo a vedere (ma si sa, a te difficilmente posso nascondere qualcosa)? E tu, senza peraltro chiedere alcuna spiegazione, cerchi di distrarmi, di distogliermi dalla mia angoscia, inizi a parlare, magari a scherzare, e alla fine ci riesci, anche se per poco, riesci a farmi sorridere, a farmi dimenticare i miei problemi...
Ricordo che qualche giorno fa, proprio durante uno di questi momenti, hai buttato lì, in apparenza quasi per caso, una frase del tipo: "Però, è proprio vero che noi due prima o poi dovremmo prenderci una piccola vacanza, non so, andare da qualche parte, noi due sole...!". E io, come al solito troppo presa da me stessa e dai miei guai, ti ho risposto distrattamente qualcosa come: "Be', vedremo, non so, ci penso...!". Te lo ricordi, vero? Ebbene, adesso voglio risponderti, ma questa volta con la consapevolezza che questa tua proposta merita: sì, mamma, anch'io ci tengo tantissimo, e posso prometterti fin d'ora che questa vacanza la faremo, tu e io soltanto; magari andremo da qualche parte, oppure ci prenderemo comunque qualche giorno per noi due soltanto, senza fare niente di speciale, ma semplicemente per stare un po' insieme, come ormai non facciamo da troppo tempo!
E' innegabile il legame che ciascuno di noi instaura con la propria madre è senza dubbio il più forte e importante che sperimentiamo durante la nostra vita; più forte di qualsiasi altro, anche dell'amore per un partner, che comunque può anche non esserci, e che in ogni caso è perennemente soggetto a condizionamenti esterni, e per questo effimero. L'amore della propria madre al contrario è puro, perché niente e nessuno può minacciarlo o metterlo in discussione; è incondizionato, in quanto dà tutto all'altro senza chiedere nulla in cambio; è eterno, dal momento che non conosce vincoli di tempo, spazio, distanze di sorta, e trascende persino la morte: esiste molto prima della nostra nascita, e non finisce di certo nel momento in cui una delle due persone viene a mancare. Per tutte queste ragioni, è unico e irrinunciabile, per tutti noi. E mentre il sole comincia a fare capolino tra le nuvole (strano miracolo di questa pazza primavera!), mi rendo conto quasi con sgomento di essermi lasciata andare a discorsi che forse ti annoieranno un po', quando li  leggerai, o forse, chissà, questa lettera ti avrà talmente sorpresa che finirai persino per apprezzarli! Be', comunque sia, preferisco non pensarci per ora, e in ogni caso non ha molta importanza. Ciò che mi preme ora è iniziare al meglio questa giornata, augurandoti una festa serena, così come dovranno essere tutti i giorni che verranno dopo di questo. Ti voglio bene, molto più di quanto le parole riescano ad esprimere, e ti  prometto che d'ora in poi non perderò occasione per dirtelo, come finora non ho fatto!
 

Tua figlia

 

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Ruvido saio (quarta e ultima parte)

Di Simona Convenga

 

Terminata la funzione, mi affretto per cercare Padre Vittorio, ho bisogno di raccontargli  tante cose,  la scoperta di Bruno, quello che ho pensato e vissuto per mio conto; ma più che il suo parere vorrei che mi ascoltasse, come se quello che ho da dire, come un torrente in piena, potesse trovare spazio e pace nel suo pacato ascoltarmi.

Il fatto é che questa volta non so proprio da che parte cominciare, farò come al mio solito, comincerò a parlare e poi sarà lui a condurmi per mano, semplicemente, nel porto della riflessione. Lo riconosco subito in quel mare di chieriche che ondeggiano lungo la strada, addosso a lui il saio sembra più ruvido che addosso ad ogni altro, e lui lo porta con coraggio e con candore, non come si porta un segno di distinzione ma come si sorregge un figlio, o un essere molto amato, che spesso dà preoccupazioni, gioie infinite, se non a volte sofferenze.

Lo prendo per un braccio facendolo trasalire per un attimo e lo conduco giù verso il convento dove alloggia. Mi dice che il Priore mi accoglierebbe se non fosse che é stabilito un digiuno, sorride con la faccia di chi si aspetta una qualche risposta, ed io, ovviamente, rispondo che sono talmente entusiasta delle mie esperienze di oggi che, per quanto mi dispiaccia di non salutare il Padre e i suoi confratelli, sono già orientata a tornare dalla mia amica, tra un oretta o poco più.

Mi precipito a raccontare dell’incontro con Bruno, non mi chiede nulla, non fa nessuna osservazione, non sembra neanche sorpreso delle tesi che gli presento nè del mio entusiasmo nel farlo. Eppure una volta, di fronte ad una mia provocazione riguardo ad un presunto esoterismo francescano relativo a scritti soppressi o scomparsi del tutto, ebbe un moto di reazione e disse: "Di Francesco é tutto scritto. Nulla é nascosto."

Oggi invece mi sta ad ascoltare, ha lo sguardo lontano, sembra quasi che le parole che dico, rispetto alle quali é sempre attento, oggi scivolino verso altre gore del suo pensare, e pensoso allora mi dice:

" L’uomo di cui tu parli con tanto entusiasmo, questa persona che ti ha svelato aspetti inediti o segreti di cose che forse già conoscevi, e non vedevi, ha solo toccato e suscitato dal tuo cuore un esigenza profonda, per cui spesso non vi sono parole per designarla. Si potrebbe chiamare tensione verso l’immortalità, il ritorno alle origini, la riconquista del Paradiso Perduto, la reintegrazione universale, la salvezza: tutte espressioni che stanno ad indicare l’aspirazione che l’uomo ha sempre accarezzato di vincere la morte, il limite carnale che impone la fine di ogni esistenza terrena. Questa speranza è divenuta certezza nella comprensione dei segreti che la Natura svela soltanto a taluni spiriti che sanno confondersi in essa e costoro, una volta scoperti i misteri, hanno cercato altri uomini, per comunicarlo anche a loro in grande fraternità e condivisione. Ora vai in pace, torna dalla tua amica e trascorri un buon venerdì santo; domani a mezzogiorno saliremo alla Verna...

"Ti ci porto io, Padre Vittorio" dico subito, e lui di rimando: "No, grazie, alla Verna ci salgo da solo".

Non mi resta che salutarlo e tornare lentamente verso casa della mia amica, devo aver visto dei libri sul suo scaffale, le chiederò di guardarli un po’ prima di dormire mentre lei attizza il fuoco in questa primavera umbra, splendida ventosa e fredda come ogni tempo di Pasqua bassa.

Ho capito di non essere stata molto piana e trasparente nel mio racconto di Bruno a Padre Vittorio, sono però certa che lui abbia compreso la passione che mi anima, come sempre accade, e adesso mi ritrovo qui, a guidare seguendo con le braccia e con il corpo l’inclinazione delle curve in discesa verso il piano, a pensare quanto sarebbe bello che quei due si incontrassero, magari domani, oppure prima di partire. Ma forse é un mio personalissimo gusto a farmi pensare così, e francamente mi chiedo se sia giusto o no. Quando arrivo sono ancora talmente in mezzo ai miei pensieri, che lo chiedo anche a lei e mi risponde che ci ha pensato e che le piacerebbe molto che questo accadesse. Complici come sempre. Sono certa che é tutto già architettato, e siccome capita sempre così, tutto quello che lei pensa poi accade. Mi prendo una poltrona vicino al fuoco, piena di cuscini, uno me lo metto sulle ginocchia per appoggiarci quello che ho da leggere e, prima ancora che possa alzare gli occhi per vedere come si é sistemata lei, facendo finta di scusarmi se passo la serata in lettura, già la vedo immersa nel suo diario personale, scritto da sempre con quella grafia tonda e la testa inclinata, un sogno continuo la sua vita, una lunga ininterrotta fanciullezza, anche ora che siamo già grandi e la vita in qualche modo ci ha provato.

Comincio a leggere, a caso un capitolo di un libro di arte medievale locale, dalle prime righe scopro che nulla avviene per caso, e sollevo lo sguardo per vedere se lei mi sta osservando, sento di dovere condividere questa piccola sorpresa che sorpresa davvero non é più, é solo un instante, quello che basta perché io sappia ancora una volta che lei é il mio specchio, un’altra me...

La cristianità medievale, con le sue associazioni (monastiche e laiche) di costruttori, ci consente di osservare gli effetti di un’organizzazione tradizionale della società, nella quale ciascuna delle grandi attività umane corrispondeva ad altrettante possibilità iniziatiche, in quanto assunte come supporto simbolico. Le confraternite e le gilde medievali non si limitavano ad essere semplici associazioni di mutuo soccorso e di difesa professionale: esse conservavano gelosamente tutti i segreti del mestiere, comprese approfondite conoscenze in tema di matematica applicata, è stato di recente dimostrato che i costruttori di allora facessero uso dei metodi della geometria descrittiva, che chiamavano “tratto” e questo molto tempo prima della “riscoperta” di tale disciplina.

Le cattedrali gotiche non furono costruite con il solo fine dell’estetica; nella loro pianta, nella sapiente distribuzione delle loro proporzioni numeriche, si possono ritrovare gli stessi segreti di geografia sacra conosciuti nell’antichità e già codificati dai pitagorici.

Tornando ai costruttori medievali, in tale periodo si dovrebbe più propriamente parlare di Maestranze Comacine,    da cum machinis o cum macinis, termine che riporta ai Magistri cummacini cum colligantes suis o cum consortibus suis dell’Editto di Rotari del 22 Novembre 643 e del Memoratorio di Liutprando del 28 febbraio 713.

E’ perciò più che lecito pensare che queste Corporazioni altro non siano state che la continuazione dei Collegia dei maestri artigiani dell’antichità classica.

Questo libro parla di simboli incisi scoperti racchiusi tra le pietre di Assisi, interrompo la lettura e chiedo a lei, interrompendo la sua riflessione a mia volta:

"Chi ha scritto questo saggio, non compare il nome dell’autore, mi sembra il più interessante dell’intero libro, ma pare che non sia attribuibile a nessuno, tu forse lo sai....?”

" Ovvio che lo so, lo ha scritto Bruno, il quale non ama firmare nulla di quello che scrive e divulga il suo sapere come se fosse un servizio all’umanità, senza riferire mai a se stesso niente di ciò che produce. Non é nè snobismo nè umiltà: é solo un servizio alla crescita del sapere e della verità, e la sua ricerca é così assoluta che prescinde persino dalla paternità delle deduzioni e delle tesi che lui stesso fonda. Vai avanti nella tua lettura, se ti occorre qualche spiegazione penso di potertela dare... sai, a volte gli dò una mano."

Lo so meglio io di lei quale valore può avere la mano che dice di dargli, decido di affrontare il cuore dell argomento e così le chiedo:

"Questi segni sulle pietre, hanno forse una derivazione templare e rosicruciana, mi pare che la questione sia molto controversa, inoltre é una questione tutt’altro che priva di interesse nell’ambito della ricerca, non ti pare?”

"Eccome se mi pare - dice posando sul pavimento il suo block notes, si accoccola meglio sul divano e riassume, come quando ripassavamo la letteratura classica per le interrogazioni al liceo - nel nostro occidente, a partire dall’era cristiana, si possono distinguere tre correnti tradizionali - si mette a contare sulle dita - a) quella dello gnosticismo, continuata dai Catari, dai Valdesi, dagli Albigesi e dai Templari e il cui   geniale interprete è Dante; b) quella della chiesa cattolica, con i monaci; c) quella degli iniziati ermetisti ed alchimisti, fra i quali bisogna contare molti ebrei cabalisti. Quando segue un pensiero non fissa più il suo interlocutore, si perde la sua vista interiore dietro le argomentazioni attenta ad agganciarle una ad una. Poi continua: "La corrente iniziatico-costruttiva, nelle sue origini, sarebbe derivata dalla fusione degli gnostici, la corrente rosicruciana sarebbe la sintesi delle tre tradizioni, sintesi, data e magari imposta, ma non cercata espressamente da scuole anteriori.

Le suddette correnti tradizionali erano aduse a trascrivere i loro segreti non solo su pergamene ma anche, e soprattutto, su pietra.  E’ un fatto che l’arte gotica si impose tutto ad un tratto e contemporaneamente in tutta Europa e, cosa importantissima, subito dopo le prime crociate. Sembra quasi che a costruire questi mirabili templi sia stato un solo architetto, in Francia come in Italia, in Germania e nel resto d’Europa. Come se in un certo momento della storia fosse stato emanato un ordine preciso: andate e costruite!"

"Ma sembra il motto di Bernardo di Chiaravalle! - dico io per dimostrarle che la sto seguendo con entusiasmo, e aggiungo:

"Improvvisamente capimastri e scalpellini, carpentieri e vetrai sfidarono leggi matematiche fino allora adottate per cospargere come d’incanto l’Europa di centinaia di cattedrali, seguendo una conoscenza architettonica tuttora in gran parte sconosciuta e misteriosa. E’ universalmente accettato che nella chiesa superiore di San Francesco prenda inizio il gotico italiano, e tale chiesa presenta delle analogie sorprendenti con la Cattedrale di Reims. Ho letto una cosa prima di arrivare qui e ce l’ho tutta in  mente… In definitiva, mentre in Assisi si costruiva la chiesa superiore, in Francia venivano impegnate uguali soluzioni le quali rimandano ad un modello comune ancora sconosciuto, anteriore all’una ed all’altra. Un fenomeno trascinante se pensi che persino la letteratura statunitense con Ken Follett si é cimentata intorno al mistero delle cattedrali..."

Lei ride e dice: "Ma lascia perdere Follett, sei sempre la solita, pur di leggere qualcosa per saziare la tua curiosità oceanica, ti abbandoni al sincretismo più californiano che ci sia, ma io ti voglio bene per questo. Se non era per te, e per quella tua curiosità appuntita, non avremmo mai sostenuto come abbiamo fatto gli esami all università e poi, la mia tesi, lo sai no, che te ne devo la dignità di stampa per quel pezzetto che inseristi tu, fatto tutto a modo tuo...."

" Ah, adesso che ci siamo fatte vecchie io e te, ci facciamo i complimenti a vicenda, per commuoverci un po, vero... vai avanti, e ricordati che sei tu, sempre tu, la parte migliore di me..."

" Sì, sì, va bene...ma stammi a sentire; gli archivi delle diverse Commanderie Templari ed i pezzi segreti delle loro biblioteche siano andati quasi totalmente distrutti, ma è provato che attorno ai Templari si andarono via via radunando sempre più numerose le Corporazioni di liberi artigiani.

A Chartres esisteva ad esempio una importante sede templare ed ideatori e costruttori della locale, famosa cattedrale, furono i membri della corporazione de I figli di Salomone, i cui rapporti con i Templari erano intimi e profondi. Non è una coincidenza se la cappella assegnata ai templari da Re Baldovino II sorgesse nella ex-moschea di Al-Akasar, edificata sulle rovine del Tempio di Salomone. Non è stata mai sottolineata, inoltre, con la dovuta profondità, l’identità dell’organizzazione dei Templari con l’ordine ismaelita degli Assaci o Assassini, da assas, guardiano, custode, sottinteso: della Terra Santa; e non già da hashishiyyen, mangiatore di hashish. La costituzione dei due ordini è identica ed i gradi coincidono esattamente. Al di là dell’esteriorità rappresentata dalla guerra, è ai due ordini suddetti che si deve quel connubio trascendente tra Cristianesimo ed Islamismo che, secondo le convinzioni di Bruno, portò a racchiudere certi segreti nelle pietre delle enigmatiche cattedrali gotiche. Avanti dì quello che ti é balenato in testa, tanto lo so che non resisti venti secondi, dillo...."

" Oh nulla, solo un collegamento, una specie di deduzione sistematica: i templari dell’Asia conoscevano l’arabo e che l’Ordine comprendeva anche i cavalieri mussulmani. E’ noto inoltre come la guardia del corpo di Federico II fosse composta da dodici mussulmani e dodici cristiani, come d’altronde sono noti gli intimi legami di amicizia che unirono l’Imperatore a frate Elia, futuro successore di San Francesco alla guida dell’Ordine ed artefice della Basilica di Assisi. Ci sto perdendo il sonno su questa cosa affascinante...."

"Allora questa notte non ti sembrerà lunga da trascorrere a  parlarne tra di noi - Bruno é comparso all’improvviso alla base della scala che collega il soggiorno al piano superiore - Gli Ismaeliti, per via delle loro dottrine, si avvicinarono singolarmente agli Gnostici ed ai manichei. Essi appartenevano al gruppo mussulmano estremista degli Sciiti. Il da i Hamdan Quarmath raggruppò gli artigiani ed i contadini della Mesopotamia e li affidò all’Imam nascosto, che doveva soddisfare le loro tendenze equalitarie. Egli diede l’avvio all’organizzazione di una società segreta, sotto forma di società operaia, che comportava gradi di iniziazione. Considerando poi l’intimo legame esistente sia in sede storica che letteraria tra i templari ed il ciclo del Graal, non possiamo non notare come Titurel, l’eroe omonimo fondi un tempio per deporvi il santo Vessel. Chi dirige questa costruzione misteriosa è Merlino, dal momento che Giuseppe d’Arimatea in persona l’ha iniziato al piano del Tempio di Salomone. La Cavalleria del Graal diventa qui la Massenia, i cui membri si chiamavano Templisti, e si può vedere qui l’intenzione di legare ad un centro comune, il Tempio ideale, l’Ordine dei Templari e le confraternite di costruttori che dovranno rinnovare l’architettura del Medioevo. In conclusione è tutt’altro che azzardata l’ipotesi che i templari siano stati gli ispiratori di quella “rivoluzione” che fu il gotico, meraviglioso universo di simboli, scaturito dalle abili mani dei Costruttori medievali, precisi interpreti di un esoterismo per noi in gran parte oscuro, ma privo di veli per figure quali Elia, come altri a torto relegato nel dimenticatoio della Storia da un rozzo guelfismo, le cui scomuniche nulla hanno potuto sulle solide pietre della Basilica di Assisi, imperituro testamento del simbolo. I  Templari, tuttavia, occorre che li lasciamo qui, per giunta senza ricordare che sia l’ammissione all’Ordine Francescano che l’ammissione all’Ordine Templare dei monaci combattenti, comportava la pronuncia dei tre voti di obbedienza, povertà e castità".

Questa arguzia retorica mi colpisce per la sua sottigliezza, e per il modo con cui é inserita nel discorso, pertanto dico:

"Da sempre i Cavalieri si sono assunti il compito di rinnovare l’umanità, in un tempo o in un altro, in un modo o in un altro - osservo senza sapere tuttavia, se sto dicendo una banalità oppure no - e che sia il cuore dell uomo o l’architettura del suo mondo, o i gruppi iniziatici ai quali si associa per il suo cammino spirituale, poco importa... Mentre mi documentavo su questo periodo storico, devo aver letto sull’ Enciclopedia Cattolica che sarebbe difficile stabilire se certe caratteristiche strutturali e certi elementi architettonici debbano considerarsi vere e proprie invenzioni di maestranze commacine o non siano invece lontani derivati di fabbriche imperiali romane e di monumenti siriaci; é una posizione molto perplessa, lei, Bruno, che cosa ne pensa...

"Ma é presto detto - risponde Bruno -  Frate Elia rimase in terra di Siria due anni, ed è un dato inconfutabile che l’unica missione che fin dall’inizio sortì buoni effetti fu proprio quella custodia della Terra Santa ove il primo Ministro provinciale fu Elia. Se lo stesso Francesco ottenne il primo lasciapassare che i mussulmani diedero ai cristiani, questo avvenne grazie alla popolarità di cui frate Elia godeva là dove, secondo San Bonaventura, il Sultano aveva decretato che si desse un bisante d’oro a chiunque gli avesse portato la testa di un cristiano.

Dove sono dunque da ricercare i reali motivi per cui il Sultano Melek- el-kemel gli divenne amico e per i quali gli “infedeli” lo ammirarono, se non nel connubio esoterico tra Oriente ed Occidente di cui Elia fu portavoce ed insieme a lui Francesco e l’Imperatore Federico II?"

Tutto ciò che dice é di una evidenza così palmare che mi chiedo come possa essere stato confutato, velato, soppresso, interpretato ad arte e soprattuto per quale occulto motivo...

Bruno mi ha ampiamente documentato, e prima o poi quesi codici dovrò farmeli mostrare da qualcuno,  come Frate Elia fosse studioso di alchimia; ma a prescindere da questo argomento, bisogna ammettere che il raccoglimento dei chiostri nel Medioevo fu eminentemente favorevole allo sviluppo del pensiero mistico ed esoterico.

I religiosi che hanno lasciato il loro nome nella storia dell’esoterismo sono numerosi, quando Padre Vittorio mi invitò tacitamente a studiare il monachesimo, feci una lista di santi e di sapienti che comprendeva: San Tommaso d’Aquino, Arnaldo da Villanova, Alberto Magno, Raimondo Lullo, Basilio Valentino, don Gilberto detto Abbas Aureus, san Bonaventura, Frate Elia d’Assisi.

Il fatto é che, la mia sensibilità verso certe "cose" non necessita di trovare conferme, nè é mia intenzione convincere nessuno, tanto meno Padre Vittorio, ma nel seguito di questa conversazione, Bruno afferma che si trovano incisi sulle pietre di Assisi i simboli muratori che dichiarano che furono  le Maestranze Commacine, sotto la guida di Frate Elia, a costruire la Basilica di San Francesco ed il Sacro Convento, nonché a dare un apporto significativo ad altri monumenti sorti in quell’epoca nella città di Assisi. Questa potrà essere l’occasione di fare incontrare Bruno e Vittorio, non ho neanche bisogno di voltarmi verso la mia amica, lo so già che sta pensando quello che penso io, e, con quella grazia che solo lei ha in certe occasioni, riporta il discorso dove lo abbiamo interrotto, al punto dell esame delle scuole iniziatiche occidentali, lasciando che sia Bruno a svolgere le argomentazioni, che noi due, sedute ormai vicine, presso un fuoco che sta languendo in braci azzurrine, ascoltiamo come si ascolta una favola che desta la mente, nelle ore in cui tutto il mondo dorme il sonno profondo della notte che sta per finire.

"Secondo le affermazioni di Evola, in sede storica, il rosicrucianesimo, siete giunte a questo punto, non é vero, belle signore,  è da considerarsi come una delle correnti segrete che successero alla distruzione dell’Ordine del Tempio, alcune già esistenti in germe prima di questo avvenimento, ma definitesi ed organizzatesi soprattutto dopo come continuatrici sotterranee della stessa tendenza. Analizzando poi la R+C, Evola fa ancora notare che la croce, in un tale simbolismo, raffigura l’incontro della direzione dall’alto, espressa dalla verticale, con lo stato terrestre, espresso dalla orizzontale.

Questo incontro nei più, avviene nel senso di un arresto, di una neutralizzazione, di una caduta, la “crocifissione dell’uomo trascendente nella materia”, come gli gnostici ed i manichei si esprimevano, l’accento é posto sullo strumento e non sul simbolo che esso adombra. Invece, nell’iniziato esso si risolve in un possesso delle possibilità della condizione umana, la quale ne risulta trasformata, ed appunto un tale sviluppo, pensato come un aprirsi, un espandersi ed un fiorire, è indicato dalla rosa che, nel simbolo rosicruciano si dischiude nel centro della croce, cioè nel punto di intersezione della direzione verticale con quella orizzontale. Nel Chemische Hochzeit Rosenkreuz, anno 1459, al fianco del Re risorto, Rosenkreuz porta l’insegna dei Templari e della nave di Parsifal: uno stendardo bianco con una croce rossa, mentre nel testo rosicruciano di Sincerus Renatus la formula con la quale si chiede la partecipazione al mistero della Rosa+Croce corrisponde esattamente al motto dei Templari: “Non a noi, ma al tuo nome, a te solo, Dio, o Supremo, noi diamo gloria, di eternità in eternità”. Il fiore simbolico della Rosa+Croce è stato adottato dalla Chiesa di Roma come simbolo della Madre del Salvatore, e da quella di Tolosa come il contrassegno misterioso dell’assemblea generale dei Fedeli d’Amor. Queste metafore erano peraltro già state utilizzate in precedenza dai Pauliciani, i predecessori dei Catari. E’ anche noto l’uso simbolico attribuito alla Rosa da Dante. Ed a proposito di Dante, nel museo di Vienna sono conservate due medaglie raffiguranti il pittore Pietro di Pisa e Dante, sul retro esse recano un’iscrizione identica: F.S.K.I.P.F.T., vale a dire Fidei Sanctae Kadosh Imperialis Principatus Frater Templarius. Il nome di colui che è ritenuto il fondatore della Rosa+Croce, Christian Rosenkreuz, è senz’altro simbolico: reale è invece la sua iniziazione in Asia Minore.

Ritroviamo ancora una volta l’esoterismo musulmano, potente ispiratore della metafisica europea di allora, ed è singolare il fatto che, secondo la leggenda, il presunto fondatore della confraternita occulta dei Rosa+Croce, abbia stretto rapporti con il pensiero musulmano."

Sorge l’alba del sabato, un’alba di rose, dormirò qualche ora, fino a mezzogiorno,  lascerò che siano le campane finalmente sciolte al vento a svegliarmi...

 

Colloquio quinto

(Come un epilogo…)

 

Il sonno che comincia all’alba é strano e non ristora, tramortisce i sensi e cambia la percezione del tempo, e levandoti dal letto non sai se  questo giorno é nuovo o é un giorno che non hai vissuto. Guardo fuori sulle colline, i casali dorati e le forsizie a mazzi tra gli olivi, l’aria é tutta piena di suoni stridenti di uccelli e filacce di nuvole, bave di vento, scintillio di verde. Non mi alzerei mai, per nessuna ragione lascerei questo letto a barca che non é mio ma che mi sembra tale, né il profumo di una biancheria insolita che mi avvolge come se volesse riportarmi a qualcosa che stento a ricordare, e che si affaccia leggera al bordo della coscienza, senza potervi entrare del tutto. E queste campane: se aprissi la finestra l’onda sonora potrebbe attraversare anche me come attraversa l’aria, lo faccio e mi immergo respirando a fondo aria fredda e suono, e l’immagine di tutto questo mondo aperto avanti a me, mi pervade. 

Scendo in soggiorno che non si sente ancora nessuno, però la tavola é apparecchiata, sotto la mia tazza un biglietto pieno di pupazzetti – i geroglifici di Stella – non ci capisco molto, ma comprendo che abbiamo un mezzo appuntamento per il pomeriggio in città. Colazione da sola, come una regina dentro una casa non mia che tuttavia mi appartiene, sorridendomi con familiarità.  Doccia fredda e esco in fretta.

Probabilmente mi stava aspettando, se ne sta seduto con le mani incrociate sulle ginocchia come farebbero i vecchi, e se le guarda, per leggere, assieme alla sua, la storia di molte vite, che sotto quelle mani hanno riposto quello che avevano di più sacro. Mi dice che se la  sente di camminare per Assisi e che é contento di conoscere questo Bruno di cui parlo tanto…

Sorprendente Padre Vittorio, credo di non avergliene parlato che una volta, ed é molto probabile che il nome di Bruno non l’abbia pronunciato mai…

Tutto ciò che viene da lui, ha uno stigma di tale sorprendente semplicità, tanto é immediato e vero il suo parlare ed il suo sentire, che al momento non ti accorgi quasi che le sue parole non sono di questo mondo, e che, non essendolo, appunto sovvertono la comune logica e la catena del determinismo materiale degli eventi.

Andiamo lentamente al luogo dell’appuntamento, lì sono già i nostri amici, con i quali é solo il mio formale e quasi inutile scrupolo sociale a spingermi a fare le presentazioni, ci ritroviamo gli uni di fronte agli altri come se i vertici del quadrilatero che formiamo fossero già circolo, fossero già simbolo di una unione: Padre Vittorio abbraccia fraternamente Stella e Bruno e riserva a lei – ora lo posso vedere oggettivamente – lo stesso abbraccio che é mio, e Stella come me, appoggia la fronte e una guancia  sul saio ruvido, e quando si scioglie, porta la stessa rosa accesa sulla pelle che mi procuro io, poi dice: “Voi due ragazze, siete uguali”. E Bruno sorride. Per brevi istanti corrono parole tra i due uomini che non colgo, e si incamminano precedendoci di qualche passo; lasciamo che la distanza non violi il loro riserbo e poco a poco ci rimettiamo a camminare insieme…

Con il tempo che passa, le loro parole si sente che stanno diventando più fitte e profonde, e si sta formando un’intesa che é meglio non urtare. Capisco che nessuno dei due tenterà di convincere l’altro: i loro mondi di esperienza diversa sono tuttavia contigui e non c’è ragione di un freddo confronto dialettico: si parlano, l’iniziato e il francescano, comunicano tra loro l’esoterista e il religioso, l’uomo ed il frate.

Scopro, senza alcuna sorpresa, com’è ovvio, che la mia amica, pensa il mio stesso pensiero e, entrambe con la testa inclinata e uno sguardo di sottecchi, ci diamo ragione di quel che vediamo accadere, con intensa ed intima soddisfazione.

“Nella cripta della chiesa di S. Rufino è stata rinvenuta una pietra – sento dire a Bruno - tuttora visibile in loco, anche se di difficile reperibilità, raffigurante una croce latina tra le punte aperte di un compasso, due colombe, due grappoli d’uva e due raffigurazioni floreali riconducibili al simbolismo dell’albero della vita. Un insieme unico: simboli cristiani come la croce, le colombe e l’uva si trovano raffigurati accanto al compasso commacino.”

“Come é fatta questa croce ?– chiede Padre Vittorio -  e lui gli risponde:

“E’ una croce latina con il braccio inferiore a punta, il linguato, sia tipica dei sigilli dell’Ordine del Tempio”

“Vi sono simboli identici all’ingresso del sacro Convento e nell’antico cimitero della chiesa” dice Padre Vittorio

“ Sì, certo – conferma Bruno – li ho visti: nel cortiletto del Sacro Convento, ad indicare che sia l’uno che l’altro erano opera loro, i Maestri Commacini hanno lasciato i propri simboli. Nel giro del primo arco a sinistra, appena varcata la porta, incisi su pietre conce, troviamo infatti un mazzuolo che sta conficcando un chiodo, una cazzuola ed un cuneo, una squadra ed un compasso.”

“ E il cimitero, l’ho visitato molte volte, per pregare per i fratelli morti, ma ci vado volentieri anche perché esso é sepoltura di tutti i Maestri lombardi, come si chiamavano allora i Maestri Commacini, della città di Assisi”.

“Non siamo lontani – interviene Stella – andiamoci…”.

Bruno approva con entusiasmo e nella stessa formazione di prima, due avanti e due dietro, giungiamo al cancello del cimitero. Le tombe sono quattro, l’una accanto all’altra. Nella prima, lo specchio, a fondo rosso di pietra d’Assisi, è percorso da due lunghi fregi a zigzag , formati di più squadre l’una vicina all’altra. L’elemento più caratteristico è rappresentato da una formella che porta scolpite tre rose a quattro petali. Nella seconda tomba è sepolto il Maestro Giovanni, figlio del Maestro Simone, morto il 7 Luglio 1300.

Hanno un fascino speciale su di me i cimiteri, nulla di ossianico, certamente, solo una sorta di sottile richiamo a ripercorrere gli spazi di vite che non conosco e che mi si squadernano davanti in un arco brevissimo di date, segnate con diversi  canoni di scrittura, spesso erose dalle intemperie che, più che riportare alla caducità dell’esistenza, sono archi tesi verso l’eternità: Giovanni figlio di Simone, morto il 7 luglio 1300, vivo nell’eternità della pietra che ha cristallizzato il suo nome, una vita delimitata da due grandi stelle ad otto punte, ognuna delle quali porta lo stemma con un leone rampante e la croce sovrapposta al leone: lo stemma di Assisi.

“ Potrebbe essere dunque ammissibile che questo Maestro Giovanni si sia reso benemerito della sua città se l’autorità comunale permise di fregiare la sua tomba con lo stemma della Comunità. “ – ci segnala Bruno, ma la gloria di un nome insigne, per quanto relativo, poco ci occupa, in confronto con il grande valore simbolico che per mezzo delle indicazioni di Bruno, stiamo cogliendo via via.

“La terza tomba appartiene ai figli di Vico di Cecca di Scorzio, venite a vedere: è decorata da una serie di quadrati e di triangoli, divisa in due parti, su ogni parte, dentro un quadrato rosso, è scolpito uno stemma con tre gigli in campo, separati orizzontalmente da una fascia con tre rose in rilievo. La quarta ed ultima tomba appartiene a Ciccolo di Becca, morto nel 1330, ed è per noi la più importante. Consta di due riquadri. Mentre nel secondo ritroviamo il motivo delle squadre una accanto all’altra, nel primo possiamo osservare un insieme sconcertante di simboli. Osservate molto bene: nel riquadro di sinistra troviamo scolpiti una squadra ed un punteruolo e di nuovo una stella ad otto punte. Ed ecco che accanto a questi simboli, sempre nel primo riquadro, possiamo ammirare con chiarezza due rose a quattro petali al centro di due croci: la Rosa+Croce unita ai simboli dei Costruttori!”

E’ straordinario come la verità possa passarci accanto mille volte senza che ce ne accorgiamo, e poi, un giorno, senza che ci urti minimamente, essa ci avvolga dentro la sua trasparenza e si manifesti vivida e semplice, come un ruvido saio. Ma Bruno continua:

“Lo stesso motivo si ritrova, insieme alle squadre, nel pavimento della Basilica Inferiore, accanto ad altre mattonelle raffiguranti la stella a sei punte, o Sigillo di Salomone, lo stesso che spicca nettamente al di sopra della tomba di Ciccolo di Becca, in un concio qui murato.”

Padre Vittorio allora, si ferma e dice: “Queste osservazioni apportano una conferma alla  tesi concernente la derivazione templare e rosicruciana della confraternita dei Costruttori medievali, é una bella tesi, bella come una cattedrale gotica ed altrettanto misteriosa…non é forse vero?”

Osservo, ma non dico nulla, come in questi esempi si concatenino in  modo singolare diverse forme di esoterismo, orientate dai principi di una stessa tradizione segreta, in gran parte racchiusa nel fascino delle cattedrali gotiche. Padre Vittorio non sì é perso come noi nei meandri dell’analisi, ha fatto un salto ed é giunto al simbolo superiore che tutti li raccoglie: la cattedrale, stupefacente macchina di energia spirituale e di ascesi dal profondo fino alla vertigine del cielo più alto.

“La vedete lassù  Loggia, detta appunto dei Maestri Commacini, che Frate Elia assegnò a tali maestranze, come cantiere per la costruzione dell’edificio che avrebbe racchiuso il corpo del Santo – Bruno fa un gesto ampio per indicare i particolari, gli cade la tracolla e lei gliela riaggiusta sulla spalla con delicatezza - Tutte e tre le aperture di questo fabbricato di forma trapezoidale, presentano scolpito il compasso che stringe tra le punte una rosa a cinque petali, mentre al piano superiore, sulle finestre ad arco scemo, troviamo scolpito un mazzuolo ed una squadra.”

“Che significato hanno, un compasso e una rosa, una squadra e un martello…” chiede Padre Vittorio

La strada verso la loggia é in discreta salita, dovremmo attendere di giungervi per sentire la riposta di Bruno? Ovviamente no, é già avanti e con gioia che in questi pochi giorni ho imparato a riconoscere alla sua intenzione di esplicare quello che é vero, Bruno ci dice:

“Il compasso mantiene l’uomo nei giusti limiti verso il suo simile e prescrive all’iniziato di elevare intorno a se una barriera contro il vizio e l’errore. E’ il cielo, l’arco massimo che il compasso descrive, la perfezione a cui l’uomo deve tendere costantemente. La squadra rappresenterebbe la terra ove le passioni lo ritengono. Vi é chi fa invece riferimento alla geometria, misura della terra alle origini, la quale si serviva, nella costruzione e nella orientazione degli edifici, del compasso celeste e della squadra terrestre, tra i quali, idealmente, si poneva il Costruttore. Infatti, il modello di ogni architettura doveva avere una base quadrata ed un tetto circolare, come lo stupa buddista e la cuba islamica, il che rimanda a quanto da noi riportato a proposito dei rapporti tra Templari ed Ismaeliti. Osservatele qui, le prove più concrete dell’apporto determinante dato dalle Maestranze Commacine all’edificazione della Basilica:  nel cortiletto dei Costruttori, i cui simboli, seppur disseminati con oculata avarizia, stanno per sempre ad indicare, a chi vuol intendere, che multiforme è la lettura della pietra, secondo quei principi già esposti da Dante per la sua Divina Commedia.

Abbiamo tutti lo sguardo sollevato e acceso verso le testimonianze di questi uomini valenti, eroi itineranti di un lavoro destinato all’eternità, che raccolsero il meglio di ogni tradizione e che con umiltà e forza si chinarono sulla pietra per scriverlo in eterno, affinchè, ad opera loro in eterno le pietre cantassero.

 

PAX ET BONUM

 

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RIFLESSIONI E CRITICHE

2001 Odissea nell'ospizio

Di Corrado Malanga

 

Finalmente siamo entrati nel terzo millennio! Quando ero giovane pensavo che una volta arrivato all’anno duemila avrei avuto cinquanta anni suonati e sarei stato vecchio. Avrei già dovuto far carriera ed essere alle soglie della pensione: il mio posto sarebbe stato preso da qualcun’altro a cui io stesso avrei passato lo scettro del comando e tutte le mie cognizioni scientifiche. A malincuore avrei dovuto abbandonare la ricerca attiva per riposare le mie stanche membra dietro una scrivania, filosofeggiando dall’alto della mia esperienza e, essendo faro illuminante per i giovani, avrei elargito suggerimenti e pillole di saggezza a destra e a manca.
Le cose non sono andate così. Non ho fatto carriera, nonostante abbia un discreto valore scientifico (secondo gli scientisti stranieri ovviamente); non andrò mai in pensione, perché chiunque vada al governo non avrà materialmente i soldi per pagarmi la liquidazione; la scienza italiana mi vede come il fumo negli occhi, perché non perdo occasione nel criticare la stupidità delle idee che circolano nei nostri atenei; nessuno mi chiede consigli, perché ha paura che io gli dica cosa penso di lui. Comunque, almeno una cosa l’ho azzeccata. Mi sono messo dietro una scrivania, non per problemi di vecchiaia ma perché credo che fare qualsiasi cosa non serva più a niente. Ebbene sì, abbiamo passato il punto di non ritorno, quel punto dopo il quale, qualsiasi sforzo tu faccia per ottenere un qualsiasi risultato, non otterrai mai più nulla.
In astrofisica questo punto prende il nome di "orizzonte degli eventi" ed è rappresentato da una linea attorno ad un buco nero sorpassata la quale tu sarai risucchiato all’interno di quel coso e cadrai per l’eternità fino al centro di quella stella di neutroni che ti inghiottirà senza alcuna pietà.
Che cosa ha creato però l’avvicinarsi repentino dell’orizzonte degli eventi e perché non abbiamo fatto nulla per eludere il problema?
Semplice. Come per il buco nero, il nostro problema era difficilmente visibile ed intercettabile. Quel problema si chiama stupidità umana e come diceva Isaac Asimov, "contro quella non c’è niente da fare". Non ditemi che non vi siete mai accorti di essere circondati dalla stupidità. Avete visto? Ve lo avevo detto che gli stupidi sono quasi invisibili, come le stelle di neutroni. Si vedono solo se messi a confronto con un intelligente, ma siccome gli intelligenti sono pochi, gli stupidi passano quasi tutta la loro vita ad essere invisibili. Quando ci si è accorti che gli stupidi erano la maggioranza la frittata era fatta. Questi erano già ai posti di comando, facevano i politici, governavano le industrie, diventavano militari, molti erano preti ed alcuni anche ufologi. Dei professori delle università abbiamo già detto!
Nelle mani dell’invisibile stupidità che ci circondava, abbiamo creduto di poter lavorare nel mondo della scienza fornendo un contributo intelligente ma, ovviamente, gli stupidi non sapevano di cosa farsene di un contributo intelligente, anche perché lo stupido tende per autodifesa ad allontanarti da lui, infatti, come si è detto prima, deve rimanere invisibile. Se mettete uno stupido vicino ad un intelligente, lo stupido diventa visibile e tutti si accorgeranno della sua stupidità.
Ma facciamo alcuni esempi.
Sapreste dire quale è l’età media della ricerca italiana? La maggior parte dei cattedratici anziani, circa il settanta per cento di tutti i cattedratici di fascia A, sta per andare in pensione nel giro dei prossimi cinque anni, creando una vacanza di potere gigantesca. Il cattedratico di fascia A, il mitico professore universitario, doveva andare in pensione a sessantacinque anni, ma si è fatto fare una legge che prolungasse lo strazio della sua presenza sul posto di lavoro fino a settant’anni e a quel punto ha chiesto ed ottenuto di poter rimanere ancora per due anni… Oltre al problema di un mancato arrivo di idee fresche, da parte di new entries, che hanno sclerotizzato i cervelli dei poveri studenti italiani in modo irreversibile, c’è stato un altro terribile effetto che ha finito di devastare tutto il mondo scientifico.
Abbiamo recentemente scoperto come alcuni cattedratici abbiano ritardato il più possibile ad andare in pensione perché dovevano mettere in cattedra i loro amati pargoletti, cercando di pilotare concorsi fino all’ultimo giorno. Infatti, senza questo sistema, i loro giovani rampolli non avrebbero più avuto nessuna possibilità di fare carriera a meno di non trovare degli altri sponsor.
Questo modo di farsi prolungare le cariche nel tentativo di rimanere al posto di comando anche da vecchi sclerotici è un’abitudine di capi di stato, di imprenditori e anche di rettori delle università, presidenti di corsi di laurea, presidi di istituti eccetera.
Mi ricordo ancora quando il figlio del professor Berlinguer ha vinto un concorso per professore associato, pur non avendo neanche una pubblicazione quale titolo scientifico da presentare alla commissione giudicatrice: il padre, prima di diventare ministro, era Rettore dell'Università di Siena. A questo punto qualcuno potrebbe dirmi che sono andato fuori tema perché si è cominciato a parlare di stupidi e siamo finiti a parlare di furbi. Se le cose stanno veramente così non ci dobbiamo preoccupare perché saremmo in buone mani. Infatti ci vogliono i furbi a comandare non gli stupidi, direbbe qualcun’altro.
Il problema è, e la storia insegna, che il furbo di oggi produce stupidità domani.
Oggi, infatti, vinci un concorso truccato che ti fa diventare professore universitario e domani insegnerai ai tuoi studenti delle fesserie che ti sei inventato di notte, visto che della tua materia non sai niente. Un rettore, di una importante nostra università, disse in pubblico che avrebbe fatto azione di lobbizzazione in opportune direzioni per ottenere certi risultati. Ma cosa intendeva per lobbizzazione? Nessuno dei docenti presenti ha chiesto chiarimenti sul significato della sua espressione.
Così la ricerca italiana si muove tra vecchi e giovani trasparenti.
Che dire dei miei trentasette, ahimé, anni passati a fare ricerca sul fenomeno degli Ufo, combattendo da un lato contro la stupidità dei cattedratici italiani, che incapaci di accettare l’esistenza del fenomeno stesso, goffamente esprimono deliranti opinioni sul significato di scienza e dall’altro contro gli stessi ufologi, che non volevano inimicarsi il potere politico e militare, costretti ogni giorno davanti a fenomeni di abduction a girare la testa dall’altra parte, per non vedere la realtà in faccia. Ora quegli ufologi sono i primi a dire che il loro centro non si occupa di abduction. Stranamente però hanno un responsabile, uno staff ed una pagina web, dove peraltro non c’è scritto niente, dedicata all’argomento.
Anche questi centri di pseudostudio sul fenomeno ufo hanno, manco a dirlo, gli stessi dirigenti da quando sono stati fondati. Possibile che in più di trent’anni all’interno di quelle organizzazioni non si sia sentita la necessità di un minimo di rinnovamento? L’aria di stantio si evince anche da riviste obsolete che sembrano quelle stampate al ciclostile di diversi decenni fa.
La foto dell’ufo fatta dai fratelli Lumiere, la testimonianza del faraone Tutmosis III, i files del 1933, gli inutili sky watch del duemila, le testimonianze che vengono dal deserto del Gobi….. ma in Italia non c’è proprio niente da dire di quello che accade oggi? Ecco perché gli ufologi italiani vanno d’accordo col progetto SETI. I primi cercano gli Ufo lontano nella storia e lontano dall’Italia, gli altri addirittura li cercano nello spazio profondo! Ma siamo sicuri che CICAPiscano qualcosa? Sembra proprio che il modo di pensare degli invisibili sia caratterizzato, in ogni settore della vita quotidiana, da qualcosa di vecchio.
Come per la ricerca scientifica i congressi si moltiplicano e si moltiplica anche l’enfasi che ne viene data. Poi uno va a questi congressi e scopre che la scienza è rimasta a casa. Lavori scientifici sul dicroismo circolare dell’olio d’oliva si alternano ad interessanti dissertazioni sulle vernici per barche. Così come chi va ai congressi blasonati del-l’ufologia di stato, praticati da medici psichiatri, militari e preti (ultima moda del-l’informazione ufologica), non vede niente di nuovo. Sente parlare di politica (ma non c’era già TRIBUNA POLITICA?), di religione (ma non c’era già RADIO VATICANA?), di miracoli (ma non c’era già RADIO MARIA?) e di università (ma non c’era già il TG1 della professoressa Haack?).
Uno dei nostri studenti mi ha confessato che in una lezione di chimica organica di qualche mese fa il professore ha impiegato un quarto d’ora prima di trovare la posizione del carbonio sulla tabella periodica degli elementi che faceva bella mostra di sé in aula.
Ai congressi di ufologia, invece, si parla di cover-up governativo come di una realtà sempre esistita ma, allo stesso tempo, si ostenta collaborazione con il SISMI.
Dunque il futuro che ci circonda è un futuro invisibile dove tutte le cose che comandano sono invisibili. Per riconoscere queste cose basta chiedersi se servono. Facciamo un esempio.
Se togliete un ospedale la gente se ne accorge subito ma se togliete una caserma chi volete che se ne accorga? Ci passeranno davanti senza accorgersi che al suo posto c’è un bel buco vuoto. Chi volete che si accorga della mancanza di certi agglomerati di ufologi italiani? Quando esiste una rivista ufologica e tutti aspettano l’uscita dell’ultimo numero; ma quando la rivista è priva di contenuti e staziona dall’edicolante per mesi, senza essere venduta cosa vuol dire? Vuol dire che quella rivista è trasparente e se non ci fosse non se ne accorgerebbe nessuno. Così anche alcuni convegni di stampo ufologico, che disperatamente cercano di fare audience con dei titoli che sono sempre di più assurdi, si riempiono di persone invisibili che danno alla sala l’inquietante impressione di essere completamente vuota. I titoli stessi di questi convegni, dicevamo, sono incredibili: non manca mai l’accenno al cover-up, che ormai è diventato un cover-down. Che relazione c’è tra i miracoli e gli ufo? Gli ufo sono un miracolo! Che relazione c’è tra la scienza e gli ufo? Gli ufo sono illusioni ottiche! Che relazione c’è tra la storia e gli ufo? Gli ufo sono leggende! Dunque il problema degli ufo manipolato da persone trasparenti viene considerato, nella sua più grande accezione, invisibile. Se qualche persona normale va a questi convegni torna inevitabilmente a casa piuttosto scornacchiato per non dire deluso. Ma allora chi mi ha infilato un microchip nel naso durante la notte, chi mi ha operato alla schiena senza il mio permesso, chi mi ha afferrato il braccio con le sua quattro ditine lunghe e scure, chi ha rovinato il mio raccolto atterrando e distruggendomi tutto il campo, chi mi ha reso la vita un inferno di contraddizioni, chi mi ha creato crisi di identità gravi? Non certo gli ufo, quelli sono invisibili, intangibili, dunque inesistenti, dicono i personaggi trasparenti che popolano i convegni ufologici. Bisogna proprio dire che gli ufologi sono come gli ufo: invisibili. Esiste pur tuttavia una grande differenza tra l’osservatore e l’os-servabile, cioè tra ufologi ed ufo, direbbe Heisenberg, con il suo principio di indeterminazione. Gli ufo sono invisibili volontariamente, attraverso un processo di mascheramento che tende ad evitare il loro scoprimento. Gli ufologi nascono trasparenti poiché si è potuto evincere che la capacità di essere tali è scientificamente legata al numero dei neuroni del loro cervello.
Ma allora, è lecito chiederci, "quei pochi esseri pensanti che futuro avranno?"
Come tutta la nostra galassia ruota attorno ad un punto di riferimento, costituito da un buco nero di grosse dimensioni che prima o poi ci inghiottirà tutti, anche la nostra società tenderà sempre più a diventare una società sclerotizzata, sempre più trasparente, in cui i vecchi invisibili governeranno fino al giorno in cui lasceranno ai loro figli, già peraltro vecchi ed invisibilissimi, i loro poteri. Chi ha inventato il gerovital farà fortuna e la Terra si è già trasformata in un ospizio nello spazio. A molte razze aliene, che peraltro vivono a lungo, fa sicuramente più comodo una civiltà stabile fatta di vecchi cerebralmente che non di nuovi portatori di cambiamento perché queste vogliono veramente l’im-mortalità degli stupidi.
E non dite che non vi avevo avvisato.

 

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"non ci avrei mai creduto!"

Tratto dalla rivista tedesca "Vegetarisch geniben"

 

(Nota della redazione)

L’articolo che segue non vuol essere un inno al vegetarianesimo ad ogni costo, non rientra nella nostra filosofia editoriale indurre qualsivoglia linea di pensiero nei nostri lettori.

Crediamo semplicemente, che anche per i non vegetariani, sia giunto il momento di riflettere sui modi e le tecniche utilizzate dagli allevamenti industriali di bestiame destinato al macello.

 

- Heidi racconta la sua storia -

 

Heidi non è un caso unico. Il suo destino toccante è condiviso da centinaia di migliaia di creature e rimane tuttavia all´oscuro dell´opinione pubblica. Heidi, un nome naturalmente fittizio, rompe oggi il suo silenzio nella speranza di riuscire forse a smuovere qualcosa.

 

Red: “Heidi, abbiamo appreso che lei desidera raccontare la sua storia di vita”.

Heidi: “Sì, è proprio così”.

Red: “Bene, allora possiamo cominciare”.

Heidi: “Venni concepita, nacqui e crebbi nel mondo oscuro di un´azienda di produzione del latte. All´età di 18 mesi venni inseminata artificialmente, in modo che mettessi al mondo un piccolo. Il mio proprietario acquistò allo scopo lo sperma refrigerato di un cosiddetto toro di prima classe, selezionato nel catalogo per corrispondenza di un´azienda specializzata. Da questo toro erano state fecondate giá circa 65.000 mie compagne di sofferenza.

Dovetti ingoiare un paio di preparati ormonali, affinché lo sperma mi potesse fecondare con certezza.

All´età di 27 mesi portai alla luce un giovane robusto di nome Moritz. Pesava 40 chili, una prestazione di tutto rispetto per una giovane madre come me, dato che secondo i criteri umani di crescita sarei stata una quindicenne.

Mi sono naturalmente rallegrata molto della nascita di mio figlio, tuttavia la mia gioia materna durò solamente due ore. Dopodiché mi venne strappato il mio piccolo. Non so che cosa gli sia accaduto. Udii ancora per giorni il suo richiamo verso di me, dato che venne allevato nello stesso edificio dove anch´io mi trovavo. Piansi a lungo e chiamai più volte disperata mio figlio. Siccome non  smisi di gridare venni picchiata ed insultata. Non vidi mai più mio figlio. La mia amica mi raccontò che Moritz veniva allevato separatamente e cresciuto con del latte artificiale. Venne in questo modo ingrassato e portato alla tenera età di poche settimane presso un uomo che con un dardo metallico dilaniò il cervello del mio bambino, appese il piccolo corpo di Moritz per una zampa, gli squarciò la gola con un coltello affilato, e una volta dissanguato lo fece a pezzi mentre era ancora caldo.

I pezzi di cadavere del mio piccolo, dato che sono prelibati e teneri, vennero acquistati volentieri dagli uomini e preparati come delicatezze in occasione di festività nel cerchio familiare o di inviti particolari. Non potevo credere che il mio proprietario, che spesso mi accarezzava e mi parlava, potesse fare tutto ciò. Non potevo semplicemente crederci. Non può essere – pensai. Oggi so che questa è la triste realtà per innumerevoli mie amiche.

Red: Questa è una storia incredibile! Come proseguì?

Ogni giorno, un macchinario venne attaccato alle mie mammelle affinché mi venissero succhiati oltre 30 litri di latte. Il mio piccolo non lo ricevette mai poiché il mio latte gli veniva immediatamente portato via con un camion.

Ogni giorno vegetavo nel mio carcere ristretto, insieme alle mie compagne di destino. Avevo continuamente fame e sete: l´enorme furto di latte quotidiano mi toglieva tutte le forze!

La maggior parte del cibo che ingerivo serviva a farmi produrre il latte.

La superficie su cui giacevo per 12 ore al giorno, per ruminare o per dormire, era solo poco più grande di uno dei vostri letti. Il terreno calpestabile del nostro carcere, che condividevo e condivido tutt´ora con circa 200 mie colleghe, è coperto di escrementi, dato che non abbiamo altrimenti un altro luogo dove scaricarci. In un canale che scorre lungo la superficie calpestabile si trova un grande urinatoio che raccoglie ogni cosa: puzza in modo orribile ed è pieno di mosche e di altri parassiti…Vorrei scappare così volentieri da questa camera di tortura; sogno verdi distese, il vento ed una grande palla in cielo che mi riscalda. Non so assolutamente se ciò esiste nella realtà.

Red: Heidi, come´è la sua giornata tipo?

Vengo munta, poi mangio qualcosa, poi rumino, poi dormo, poi vengo di nuovo munta, mangio di nuovo qualcosa, rumino di nuovo ciò che ho mangiato, dormo un po' e tutto da capo, ogni giorno, ogni giorno…

Non capisco perché gli uomini si comportano con me. Io non voglio mangiare così tanto ma sono costretta perché il consumo di energia dovuto alla munzione mi sfinisce. È davvero una sensazione orribile.

Red: Come poté superare la perdita di Moritz?

Non ebbi alcun tempo per questo. Giá due mesi dopo il parto di Moritz venni di nuovo fecondata artificialmente ed ebbi così un doppio carico: donare il mio latte e far crescere in me un nuovo piccolo. Questo doppio carico mi indebolì incredibilmente. E poi la paura: forse me lo portano via di nuovo! Questa non è vita!

Il mio utero si infiammò, anche per via del continuo contatto con gli escrementi carichi di batteri e con il cibo ricco di germi. La mia febbre e la mia infezione vennero combattuti per mezzo di antibiotici da un uomo dal camice bianco. Il mio proprietario si arrabbiò con me perché dovette gettare via il mio latte per un paio di giorni, a causa dei resti degli antibiotici e dei batteri purulenti. Fui come costretta a ridivenire velocemente sana, poiché altrimenti avrebbero fatto con te quello che hanno fatto con Moritz, come mi disse anche una mia amica.

Red: Cosa accadde con il secondo figlio?

Io divenni sana e regalai la vita ad una fanciulla. Come mi venna portata via anche la dolce Vroni, quasi impazzii. Mia figlia venne tuttavia sempre lasciata in vita. La mia amica mi tolse subito la consolazione dicendomi che Vroni sarebbe stata allevata per poter prendere il mio posto. Dopo due mesi venni di nuovo fecondata. Seguì una ulteriore gravidanza sofferente, e poi la nascita di Oscar. Non ho più urlato quando me lo hanno portato via, ho solo pianto in modo apatico. Non potevo in ogni caso fare nulla.

Red: Come si sente di fronte a tutto ciò?

Sono sfinita. La continua esposizione alla munzione attraverso i macchinari e le tre stressanti gravidanze mi hanno reso totalmente fiacca e senza speranza. Le infiammazioni all´utero diventano sempre più forti, le fatture mediche sempre più care. Credo che verrò presto sostituita da mia figlia Vroni, perché per il mio proprietario non rappresento più fattore di rendita. Il mio proprietario nel momento in cui qualche tempo fa  mi venne fatta una perizia disse ad un altro uomo che io avevo fornito, secondo i suoi calcoli, circa 30.000 litri di latte e che per questo mi aveva ammortizzata.

Sono esausta come essere vivente e senza più alcun valore da un punto di vista commerciale. L´ultimo incasso che il mio proprietario farà attraverso di me sarà con il sangue della mia macellazione. Con me non potrà però incassare più di tanto: i miei  pezzi  di cadavere sono duri ed irrigiditi a causa dei miei sforzi. Potrebbero andare bene, come ho potuto apprendere da un colloquio, “solo per lo spezzatino o per dei wurstel”. A parte questo solamente un terzo dei miei pezzi vitali è utilizzabile, dato che molti organi sono malati per via degli effetti di tutti i medicamenti che ho dovuto ingerire per anni. Come ho potuto anche apprendere vengo oggi considerata semplicemente una mucca vecchia, nonostante come essere umano non abbia ancora 20 anni!

Sono solo una “disposable cow” (una mucca “da consumo”), come si dice in Inghilterra: per tre interi anni quantità immense di latte, ed un parto dopo l´altro, poi la malattia ed il macello.

Red: E come prosegue ora la tua storia?

Mi dia uno sguardo! Sono alla fine. Domani, lo sento, verrò uccisa con la stessa brutalità che è toccata ai miei piccoli. E´ stata una vita orribile e piena di paura, dolori e sofferenza.

Per favore, vi imploro di pubblicare il nostro colloquio nella vostra rivista, in modo che gli uomini possano apprendere dell´indicibile sofferenza di noi animali da macello e che il loro cuore possa essere toccato.

Forse così qualcuno può decidere di cambiare le sue abitudini alimentari e impegnarsi a favore di noi creature senza alcun diritto. Così almeno la mia sofferenza avrebbe significato qualcosa…

 

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Presidente o burattino?

Di Maurizio Martini

 

Ero indeciso se scrivere o meno il presente articolo. Poi, l’indignazione e una certa stupidità diffusa un po’ a macchia d’olio, mi hanno spinto a buttar giù le seguenti righe. Non scriverò molto perché non vorrei cadere in facile ed inutile  retorica, tuttavia, non posso e non voglio esentarmi dall’esprimere il mio giudizio sullo scandalo scoppiato proprio in questo ultimo periodo. Mi riferisco alle torture inflitte ai prigionieri iracheni da parte delle truppe americane e britanniche. Nel momento in cui scrivo questo articolo, lo scandalo maggiore è rappresentato dai comportamenti dei soldati americani, ma probabilmente, non sono gli unici ad aver commesso certe bassezze. Al momento attuale, non sappiamo se le torture che stanno emergendo, siano frutto di soldati sbandati, o se ci siano stati precisi ordini da parte delle alte sfere dell’esercito U.S.A. Da quello che sappiamo, sembra che la Croce rossa internazionale e altri organismi, avessero già informato la Casa bianca di questi fatti, ma a quanto sembra, niente è stato fatto fino a quando alcune  foto,  a dir poco disgustose, sono state rese pubbliche e non si è potuta negare l’evidenza. Non sono certo io, o la nostra redazione nel suo insieme, a dover esprimere la condanna verso questa triste vicenda, penso che i fatti parlino da soli, e ogni commento, risulterebbe inutile. Ogni persona ha una propria coscienza per stabilire la gravità di questi fatti nel suo complesso e in tutte le varie sfaccettature che ne derivano.  Il punto, anzi i punti sui quali desidero soffermarmi, sono due. Partiamo dalle famose armi di distruzione di massa. A guerra iniziata, quando nessuna arma di distruzione è stata trovata, il presidente Bush, non sapendo come giustificarsi, ha pensato bene di scaricare sui servizi segreti statunitensi, la responsabilità di aver fornito informazioni inesatte. Stessa cosa in Inghilterra, responsabilità dei servizi segreti!! Mamma mia! Che l’intelligence mondiale sia colpita da demenza senile? A quanto sembra delinearsi, nel caso delle torture inflitte ai prigionieri iracheni, il ministro della difesa americano, è  il candidato di turno a dover far la parte di capro espiatorio. Certo, un modo di comportarsi  del tutto occidentale!  Accade qualcosa di grave che per ovvi motivi riguarda tutta un’amministrazione? Nessun problema, siluriamo il “cattivo”  di turno e l’opinione pubblica sente la coscienza ripulita!!! Insomma, a mio avviso,  con questo sistema di cose attualmente vigente,  è del tutto necessario cambiare alcuni fondamenti della nostra civiltà, dopo di che, possiamo iniziare uno scambio serio per insegnare (agli altri) la democrazia, secondo il pensiero in voga creato   dai tre amiconi Bush, Blair, e ovviamente Berlusconi. Il secondo punto è una domanda che pongo a me stesso e a voi lettori. Ma in tutto ciò, il Signor Bush che ruolo ricopre? Il presidente della nazione più potente del mondo, con tutto ciò che ne consegue, o si limita a recitare  il ruolo del BURATTINO? Ritengo questi fatti molto importanti, perché in qualche maniera, si è decretato per forza di cose il fallimento di un intero sistema sociale, che per alcuni decenni ha pensato di poter prevalere e spadroneggiare in tutto il pianeta. Ormai, è chiaro a tutti che parlare di semplice guerra contro il terrorismo (frase con la quale i nostri politici si riempiono la bocca), sia troppo banale e semplicistico, insomma per parlar chiaro, questo è un ritornello adatto agli stupidotti... oops, volevo dire agli sciocchi, scusate, agli ingenui che vegetano come automi su questo pianeta.

 

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La Vela, una piacevole realtà

Di Aries Dominghini

 

Carissimi lettori, voglio dare il benvenuto al mensile La Vela della Parrocchia SS.Cosma e Damiano. E’ iniziata fra di noi una bellissima collaborazione. Personalmente desidero ringraziare questo mensile per aver pubblicato un mio articolo, che si intitolava Vergogna!, invitando i fedeli della Parrocchia a riflettere sul tema della devozione verso statue o altri oggetti di culto.  Mi ha fatto molto piacere questa pubblicazione perché mi ha dimostrato che ancora c’è chi crede nell’essenza del cristianesimo: Dio Padre, Figlio e Spirito Santo.  L’autocritica, per tutti noi, è fondamentale per crescere spiritualmente e come persone. Se la Luce brilla in noi, brillerà anche agli occhi di chi ci guarda. Ho letto con attenzione La Vela del mese di Aprile 2004 e volevo riproporvi l’articolo di Gabriella che parla della fecondazione assistita.

E’ un articolo molto interessante e ci porta a riflettere sul fatto che, spesso, crediamo di essere padroni delle nostre scelte, mentre sono altri che lo fanno per noi. Ribadendo un caloroso benvenuto a La Vela, auguro a tutti voi una buona lettura.

 

LA LEGGE IMPERA!

Fecondazione assistita: il popolo è veramente sovrano?

 

Oscurantista! Civile! Retrograda! Etica!

La proposta di legge sulla procreazione assistita ha fatto rimbombare aggettivi altisonanti nelle nostre case per qualche giorno. Il tempo di chiederci, magari mentre cambiavamo il pannollino del nostro figlio, se in fondo l’argomento ci riguardasse o se invece fosse un problema di una piccola minoranza e…il dibattito era concluso, la legge approvata, il sipario calato. Certo, lo so, viviamo in un paese democratico in cui governa la maggioranza, così deve essere. Ma qualche piccola riflessione sull’argomento forse è il caso di farla. La cosa che colpisce di più è la totale mancanza di confronto tra il legislatore e gli organi specialistici del settore, come se l’onnisciente “Leviatano” potesse fare a meno del parere della Scienza. La Sigo-Società Italiana di Ginecologia- ha bocciato duramente il testo di legge e criticato l’atteggiamento di distacco del Governo. Possibile che qualcuno, sia pure esso la maggioranza, possa disporre della mia salute senza consultare il medico? La curiosità ci porta ad approfondire l’argomento ed i dubbi aumentano. Primo: perché la legge obbliga la donna a farsi impiantare nell’utero tre embrioni anche nel caso di evidenti malformazioni, esponendo lei ed i feti ad una gravidanza plurigemellare, salvo poi consentirle di ricorrere all’aborto terapeutico? Secondo: perché la legge proibisce il congelamento degli embrioni e sottopone le pazienti a ripetuti trattamenti ormonali che provocano seri danni alla loro salute? Inoltre: perché la legge impedisce, di fatto, ad una coppia talassemica, emofiliaca o comunque portatrice di malattie ereditarie di avere un figlio sano, vietando loro la fecondazione in vitro e l’analisi preimpianto? Infine: perché la legge limita la ricerca, ponendo un serio freno a quella corsa che sembrava portare concrete soluzioni terapeutiche per molte patologie terribili che continuano a disseminare dolore e lutto? E qui, forse, quel meschino disinteresse mostrato nei confronti di “poche sfortunate coppie sterili” cessa di esistere e si fa spazio in noi un sospetto. Ebbene sì, questa legge tocca direttamente ognuno di noi. Ed è proprio strano che la si sia voluta liquidare come la “legge sulla fecondazione artificiale”.

Tocca ognuno di noi, direttamente, ed è per questo che avremmo voluto essere informati con dovizia di particolari. Ma si sa, la conoscenza è potere, soprattutto se riguarda la gestione della vita e della morte, può essere esercitato solo  da una sparuta minoranza che finge di rappresentare una corposa maggioranza.

 

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SPORT

Voci senza tempo: ricordo di Enrico Ameri

Di Massimiliano Matteoni e Stefano Chini

 

Dopo la tragica morte di Marco Pantani che abbiamo ricordato proprio in queste pagine nel numero 12  di Giovani del 2000, ricordiamo col presente articolo la scomparsa di una delle voci più rappresentative della radiofonia sportiva italiana, dopo la morte di Sandro Ciotti, anche Enrico Ameri se n'è andato lasciando un incolmabile vuoto per chi è cresciuto ascoltando il calcio con gli occhi della voce del leggendario radiocronista. Chi scrive è Stefano Chini, radiocronista e commentatore sportivo delle partite del Prato, popolarissimo qui in città per il modo con cui fa vivere agli ascoltatori di una piccola emittente radiofonica cittadina, le partite del Prato. Oltre al ricordo di Enrico Ameri, Stefano mescola ricordi personali di una gioventù passata dietro a un pallone ricordando la storia e evoluzione della radio sportiva degli anni 70 e 80, un tuffo al cuore per chi, come me, quegli anni e quelle domeniche le ha vissute incollato a una radiolina ammaliato dalla voce di Ameri e Ciotti e "tutto il calcio minuto per minuto". Buona leura!


Massimiliano Matteoni
 

Dedicato al mio Maestro :

Enrico Ameri


Tralascio il Prato, oggi. Nel mio punto, voglio parlare d'altro. Voglio parlare del mio maestro: Enrico Ameri.
Un maestro che si è spento da poco, una voce 'amica'. Quella voce che mi ha fatto nascere la voglia di raccontare il calcio per gli ascoltatori. Quella voce che mi ha fatto innamorare della radio, che mi ha fatto fantasticare, che ha accompagnato la mia gioventù. Sì, Enrico Ameri è stato colui che ho ammirato, che ho apprezzato e che ho scopiazzato da umile radiocronista di provincia. La sua voce entrò nel mio
diffusore a metà degli anni '70. Non ricordo quando. Lo ascoltai per la prima volta in una di quelle domeniche pomeriggio di primo sole, trasportato dai miei genitori non ricordo nemmeno dove. Forse in qualche lago o in qualche assolata campagna, a prendere aria. Nel tragitto, l'auto-radio della Fiat 127 blu di
mio padre accesa. I manopoloni, solo la banda AM e una per me ancora oggi misteriosa SW che trasmetteva strani suoni provenienti da non so quale galassia e che nel mio immaginario fanciullesco etichettavo come 'Radio Spazio'. Da quelle casse antidiluviane, usciva nitida la voce di un signore per bene, una specie di
'zio' che ti avvolgeva con le sue coccole fatte di azioni, di palloni che superavano la linea mediana del campo, di portieri che prendevano la rincorsa ed effettuavano il rinvio, di reti gridate a squarciagola interrompendo altri cronisti che non avevano, in quel momento, alcun fascino per me. Solo l'impareggiabile Sandro Ciotti, con la sua voce roca, poteva emulare Ameri, con un altro stile ma pur sempre capace di inventarsi un personaggio. Non faceva il compitino, Ameri. La partita te la faceva vivere. Il gioco del calcio, a sei anni, non sapevo nemmeno cos'era. Ma lo vivevo perché me lo raccontava lui. La Juve che vinceva lo scudetto, il Torino beffato di un punto. Non sapevo nemmeno che esistesse 'Tutto il calcio minuto per minuto'. Pensavo che la domenica si dovesse aspettare Novantesimo Minuto per vivere le prime emozioni della giornata di campionato. Cominciai a capire allora che le partite si giocavano davvero. Che non erano ricostruite in tv alle sei la sera. Che oltre alle sovrimpressioni durante Domenica In, c'erano pure loro. I radiocronisti di Tutto il Calcio. E c'era lui. Enrico Ameri. Una domenica, durante l' hap-pening pomeridiano di Rai 1, un'altra voce roca mi accompagnava. Ma insieme alla voce, c'era anche l'immagine. Era Corrado. Tra un Disco Ring e una puntata di Attenti a Quei Due (Tony Curtis e Roger Moore andavano in onda la domenica pomeriggio) vidi sbucare una scritta: Torino-Milan 1-0 62' Pulici. Lo ricordo come fosse ieri. Così come mi ricordai di aver ascoltato 'Tutto il Calciò in quella domenica pomeriggio in cui Ameri annunciava un gol importante. Scoprii anni dopo che si trattava del secondo gol juventino a Marassi con la Sampdoria e che lo segnò Boninsegna, consegnando definitivamente alla Juve l'ennesimo scudetto, quello dei 51 punti. Combattuto tra la puntata di 'Chi' (la trasmissione che svelava la soluzione  dei gialli proposti nella puntata del sabato del programma abbinato alla Lotteria Italia) e il sorriso dolce di Dora Moroni, decisi di abbandonare la cucina e di prendere un marchingegno che di primo acchito mi incuteva terrore. Era
la radio. Una specie di valigione immenso, con una antenna color ruggine piegata nella parte alta della sua estremità. La radio della nonna, quella portatile, anche se a quei tempi pesava almeno il doppio di me. Abbandonai per la prima volta la tv, per seguire un rito che mi divenne usuale fino al 1987, l'anno
in cui debuttai alla radio ed iniziai la mia carriera di commentatore. La radio era bella perché quando premevi il pulsante per farla avviare, si accendeva subito. I giovani di oggi non capiranno. Ma la vecchia Synudine che avevo in cucina, la tv, rigidamente in bianco e nero, prima che emettesse suoni e immagini ci impiegava almeno due o tre minuti. C'era il trasformatore da accendere, poi lentamente, da quello schermo grigio appariva un piccolo cerchietto luminoso proprio in mezzo. Un cerchio che si allargava sempre di più, fino a raggiungere l'intera dimensione della tv. Le righe, la voce e poi finalmente le immagini.
Ci siamo. Ecco la tv. La radio no. La radio si accendeva subito. Pochi secondi et voilà, ecco 'Tutto il Calcio'. Già questo dava l'impressione di immediatezza, di diretta reale che mi affascinava. Sapere che c'era un mezzo che arrivava prima della Tv, la 'tatà di tutti noi bambini, mi incuriosiva. Su 'AM', la banda in Kilohertz, c'erano tre stazioni: Radio 1, Radio MonteCarlo (Awana Gana, la prima icona immaginata che mi accompagnò nel misterioso mondo della musica) e Radio 2. Facile dunque, anche per un bambino, trovare quello che ti interessava. Ecco le partite. Ameri e Ciotti, che già avevo sentito, li riconoscevo subito. Era una trasmissione senza fronzoli, con pochi campi collegati, i più importanti e tanta immediatezza. Mi affascinai a quel mondo, a quel pallone che dispensava emozioni a fiumi. Ma più del pallone, erano i 'cantori' radiofonici ad affascinarmi. La domenica, ormai, era monopolizzata da loro: i radiocronisti. Prima Radio 2, con le dirette dei primi tempi. Poi Radio 1, con il vero 'Tutto il Calcio'. Cominciavo così ad abituarmi ad un modo nuovo di passare la domenica. Prima la radio, poi la tv con Paolo Valenti. Infine Domenica Sprint con Maurizio Barendson (troppo piccolo invece per vedere la Domenica Sportiva, che andava in onda in orari per me diabolici: LE 22.00!!!). Ero ormai entrato tra i 'forzati' del calcio. Le mie domeniche dovevano seguire quel rito. Guai ad infrangerlo. Mia mamma e mio babbo furono costretti a comprami una radiolina
portatile per potermi accompagnare dai nonni la domenica, altrimenti era vietato allontanarsi da casa durante le partite. La passione per la radio crebbe.
In proporzione diretta a quella per il calcio e con essa la voglia di costruirmi le mie prime partite immaginarie.  A fine campionato, a Donoratico, in un pomeriggio di giugno nel campeggio Etruria, partì la mia carriera. Mia nonna Gina mi acquistò al bazar una strana scatola, dove si stagliava al centro l'effige di un bambino felice, vestito bene e col sorriso alla Berlusconi. Si divertiva giocando con una cosa magica:
Gioca Goal Atlantic. Mezzo campo di cartone, la panchina, i giocatori più l'allenatore e il massaggiatore. Tutti di plastica, colore unico e piedistallo di forma circolare nel quale inserire la sagoma del giocatore. Mi comprarono la Fiorentina, ma non servì per amare quella squadra. Mio fratello aveva due anni meno. Per non scontentare nessuno, i miei comprarono anche a lui la Fiorentina. Fu lì che capii che il calcio non era per tutti. Provai a spiegare, con quell'aria da saccente che a volte i bambini di otto anni hanno, che nel calcio occorrono due squadre diverse. Mi inventai una partita fra Anderlecht (che avevo visto in un vecchio Intrepido Sport) e la Fiorentina, avvertendo i fantomatici ascoltatori che le due squadre avevano le maglie uguali causa smarrimento delle divise di riserva e cominciai a commentarla. Mi piaceva. Mi affascinava.

A scuola, preferivo non giocare in cortile nell'intervallo ma stare ai margini, a raccontare che Fabio passava la palla a Marco e che Federico era stato bravissimo a far gol.
Il Subbuteo fu poi la mia consacrazione. Arrivato tardi, perché costava troppo. Ed è questa la cosa che forse mi ha fatto più felice nella mia adolescenza, più del mio primo bacio. Grazie alla mia nonna Fernanda di Firenze, che me lo fece trovare in un buio stanzino della piccola casa che avevano i miei nonni paterni. Che bello. Alla prima partita, ruppi subito la bandierina del calcio d'angolo. Abituato ai modi triviali e ai movimenti rozzi che il Giocagol di plastica mi consentiva, non pensavo proprio che quelle miniature si potessero rompere col solo respiro. Dopo una settimana, la squadra rossa inclusa nella confezione 'Edition' era già decimata e mio padre, stufo di finire ettolitri di quell'iper-colla a presa rapida che usava per sistemare la sua attrezzatura di pesca sportiva (ha sfiorato anche la nazionale italiana), mi comprò una squadra nuova. Non ricordo quale. Di lì a poco sarebbe iniziata una lunga trafila: da casa mia al Capecchi, il negozio di via Muzzi, depositario di tutte le squadre del Subbuteo che sceglievo dopo grande consulto con i miei amici
tramite il catalogo verde: un lenzuolone nel quale venivano riportate le icone dei giocatorini pitturati con i colori sociali delle squadre di tutto il mondo.  E intanto, col passare delle domeniche alla radio, imparavo a conoscere anche altre voci storiche: Provenzali, Bortoluzzi dallo studio, Luzzi, Ferretti. Voci che iniziavo ad imitare. Di lì a poco, una novità sconvolgente. La mia prima radiolina, comprata da babbo e mamma per le scampagnate domenicali, aveva pure la stazione FM. Scoprii le radio private. Scoprii che intorno ai 103 esisteva un signore, anche lui per bene, dalla voce particolare e dai modi gentili, che commentava una partita. L'avevo ascoltato per caso, in quanto la mia intenzione era quella di sintonizzarmi su radio 2, sugli AM (sulla stessa linea dei 103 Mhz), inavvertitamente però mi spostai sugli FM. Raccontava partite che non capivo. Nomi strani, squadre mai sentite. Era bravo, ma capivo che
era diverso dagli altri che avevo conosciuto su Tutto il Calcio. Mi raccontava di una specie di rivolta dei tifosi per alcune decisioni arbitrali dubbie. Era Prato-Siena e quel signore si chiamava Mauro Presenti. Mai potevo immaginare che un giorno avrei avuto l'occasione di raccontare il Prato insieme a lui, fianco a fianco in cabina radio.
Chiesi a mio padre cos'era questo Prato. Esisteva una squadra di calcio anche qua. Nel 1978 mi portò ad Agliana, a seguire la mia prima partita del Prato. Conservai il biglietto di quella partita, valida per il campionato nazionale serie D girone E. Capii che il calcio era una cosa seria, che c'erano serie A, B, C e D. Per informarmi, ecco l'Album. Prima, una volgare imitazione del Panini, che aveva però il merito di uscire ad inizio stagione e che veniva consegnato all'uscita delle scuole elementari. Poi, quello vero, quello originale. Gli scudettini della C, della D e via discorrendo. Il
Lungobisenzio diventava intanto una piacevole abitudine, sempre accompagnato da quella radiolina. Quando il Prato giocava fuori, nacque subito un problema: ascoltare la Rai o quel simpatico radiocronista del Prato? Questo fu il primo, vero dilemma della mia vita. Ameri mi affascinava di più, però. Perché il mio
amore per la radio veniva addirittura prima di quello per il calcio. Lo conobbi un pomeriggio, al Comunale di Firenze, dopo un insignificante Fiorentina-Juventus (0-0 senza colpo ferire, nonostante Platini e Boniek). Lasciai la curva a fine partita per raggiungere la tribuna centrale, quando lo stadio a fine partita
diventava una specie di parco-giochi, aperto negli ultimi 15' (si poteva entrare gratis) e i divisori tra i settori completamente spalancati. Lui era lì, in una gabbia di vetro, a coordinare i collegamenti del dopo-partita su Radio 2 per le interviste. Lui parlava, io da fuori lo ascoltavo con la radio: è stato questo il primo momento mistico della mia vita, superiore di gran lunga alla prima comunione ricevuta in San Domenico qualche anno prima o all 'imminente cresima che avrei ricevuto 12 mesi dopo. Che bello. Avevo visto dal vivo il mio maestro, colui che con la sua voce amica mi avrebbe accompagnato verso scudetti e mercoledì sera di coppa, quando la tv faceva vedere solo una sintesi alle 22.30. Fu lui a darmi la tragica notizia dell'infortunio di Bettega, tra la nebbia del Comunale in uno sfortunato
Juventus-Anderlecht. Mi sembrava di essere lì, allo stadio. Ero al caldo della mia camerina, eppure avevo i brividi di freddo per quella sera di fine ottobre.
Ameri era stato così bravo a raccontare i particolari che mi aveva fatto immaginare di essere all'aperto. Per la cresima, il regalo che sconvolse la mia vita. Durante una cena a casa dei miei zii, la cugina Alessandra tira fuori una cosa che mi ricordai di aver visto durante le mie visite fiorentine presso i miei nonni. Ma era fatto diversamente. Era un registratore, con le cassette. Aveva anche il microfono. Fu il dramma per casa Chini. Mi impossessai di quel 'gioco' splendido e inventai Radio Libera Stefano, facendo il Dj rubacchiando le canzoni dalla Hit Parade di Luttazzi su Radio 2 o le prime canzoni dalle emittenti locali su Fm. Ma soprattutto, inventai il mio Tutto il Calcio, trasmettendo le partite della nazionale davanti alla tv, togliendo l'audio di Nando Martellini e provando ad inventarmi qualcosa, con le formazioni prese a prestito dalla Gazzetta dello Sport comprata la mattina. Casa mia era diventata una specie di studio radiofonico, perché nel frattempo, di ritorno da Firenze, mi ero impossessato del registratore a bobina di mia zia Anna: una meraviglia anche quello. Poi, i primi passi nelle radio locali, ad AT1, quando ancora si chiamava Antenna Toscana Uno. Iniziai nel 1987, con Corrado Orrico. Prato-Piacenza 0-0: ero inviato dalla tribuna-stampa per le interviste. Cominciai a cambiar maestro: troppo giovane per fare le radiocronache integrali. Dovevo fare gavetta come intervistatore esterno. Dovevo allargare il mio vocabolario, imparare altri schemi di intervento. Ma Ameri restava il mio sogno. Lo persi di vista, pardon: di ascolto, proprio in quel 1987 perché le mie domeniche cambiarono. La radio, adesso, la facevo anch'io. Ascoltai la sua ultima adiocronaca, nel 1991, prima che andasse in pensione: un Juventus-Inter di coppa Italia, dove nei bianconeri c'era un tal Mastrototaro (che poi avrei rivisto in campo in un Prato-Livorno, con la maglia amaranto). Era il canto del cigno. Ormai Ameri era prossimo alla pensione. Ma rimase in me immutato l'affetto per quel maestro, specie quando di lì a poco avrei iniziato a fare le radiocronache integrali. Non ho trovato poi altro cronista da imitare nel tempo. Tutto il Calcio era cambiato. La vecchia e cara Rai, dove prima si faceva radio solo se si aveva una pronuncia perfetta e si conosceva bene l'italiano, iniziava a popolarsi di finti dottorini, che durante la cronaca si farcivano la bocca di statistiche, di moduli, di numeri (4-4-2, 4-3-3 e bischerate varie), ma che non ti dicevano come il centravanti era riuscito a scartare il difensore o se la giornata era fredda o calda (cara la vecchia 'ventilazione inapprezzabile' di Sandro Ciotti). Cronisti con la lisca, dall'accento spiccatamente romano e altre amenità del genere. Solo in Riccardo Cucchi, per l'enfasi usata nel raccontare le azioni, trovai un briciolo di stile-Ameri. Adesso, Ameri è lassù. Me lo immagino
in cielo. Insieme a Ciotti, a passarsi vicendevolmente la linea e a consegnare poi il racconto alle immagini, insieme a Paolo Valenti e Maurizio Barendson. Con Beppe Viola inviato a bordo campo a fare le interviste a giocatori e tecnici. Con Gianni Brera opinionista. La più bella schiera di giornalisti che abbia mai ricordato ora è tutta riunita. Grazie Maestro Ameri, non ti dimenticherò.

 

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Ultimo aggiornamento: 01 luglio 2004